di Eleonora Lombardo
La Repubblica, 4 giugno 2024
Daria Bignardi racconta le carceri. Un libro, un saggio narrativo che con una scrittura intima e autobiografica mappa le vite che scorrono dentro e intorno alle carceri italiane: Daria Bignardi nel suo “Ogni prigione è un’isola”, che sarà presentato a Una Marina di libri venerdì alle 20,30, racconta che in nessun luogo come il carcere si scopre il valore della libertà e dell’urgenza di cambiare tutto.
“Ma soprattutto il sovraffollamento. Di 61mila persone che ci sono rinchiuse, più degli abitanti di Caltanissetta, avrebbe senso che ce ne stessero forse seimila”. Quando ha iniziato a scrivere questo libro e quanto è stata influenzata dall’esperienza di suo suocero, Adriano Sofri, nell’occuparsi di carcere?
“Frequentavo San Vittore da almeno dieci anni quando ho conosciuto Adriano.Prima ancora ho tenuto per anni una corrispondenza con un ragazzo detenuto in un braccio della morte americano, fino a che non lo hanno ucciso. Mi rifiuto di dire giustiziato. Da bambina passavo ogni giorno di fronte al carcere di via Piangipane, a Ferrara, fantasticavo su chi ci fosse rinchiuso. Leggevo “Il conte di Montecristo” e “Le mie prigioni”. Il carcere mi interessa da sempre: forse intuivo quante storie racchiude, quanta umanità e disumanità”.
Cosa si omette di raccontare delle carceri italiane?
“La violenza e la corruzione, lo squallore dei luoghi, ma anche l’abnegazione di tanti bravissimi operatori non sono mai abbastanza raccontati”.
Qual è la cosa più dolorosa che le è capitato di vivere all’interno delle carceri italiane?
“Vedere una donna che piange perché non può stare col suo bambino che compie gli anni o un ragazzo inebetito dagli psicofarmaci che si dondola avanti e indietro”.
Tra detenzione maschile e femminile, ha colto delle differenze nel trattamento di detenuti e detenute?
“Il carcere non è un posto per donne e per minorenni. Non è un posto per malati e tossicodipendenti. Le donne in carcere stanno peggio perché a differenza degli uomini che fuori spesso hanno una madre, o una moglie o una sorella che si prende cura di loro, spesso non hanno nessuno”.
Di solito, davanti ai mafiosi colpevoli dei crimini più atroci qualunque pietà viene meno,è così? Cosa ne pensa del 41bis?
“La maggior parte dei direttori e agenti coi quali ho parlato mi hanno detto che il 41bis è anacronistico e inutile. Sì, è difficile provare pietà per un boss mafioso, ma lasciarlo morire al 41 bis come un vegetale resta disumano”.
Quali sono le alternative più interessanti al carcere? Esperienze come Gorgona possono essere prese in considerazione?
“Ero a Gorgona sabato scorso. Non è un’alternativa al carcere, è un vero carcere, ma pensato rispettando la Costituzione. Quando si arriva sull’isola si è accolti da un’enorme scritta azzurra che cita proprio l’articolo 27: “Le pene non devono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Sull’isola c’è un gruppo che fa teatro e non si passano le giornate chiusi in cella ma a lavorare all’aperto. La cuoca Fernanda cucina piatti poveri ma gustosi. E i detenuti da molti anni sono tranquillissimi, perché non vogliono per nessuna ragione essere trasferiti in altri istituti. Un carcere così lavora sul senso di dignità e responsabilità dei suoi ospiti”.
Qual è secondo lei il libro di narrativa che racconta meglio il carcere?
““L’Università di Rebibbia” di Goliarda Sapienza è bellissimo. Una volta lei, intervistata da Enzo Biagi, ha detto: “Io desideravo andare in carcere. A casa mia si diceva che il proprio Paese si conosce conoscendo il carcere, l’ospedale e il manicomio”. Aveva ragione, è proprio così”.
Lei ha scritto a Linosa, che è un’isola siciliana: qual è il punto di contatto tra isola e prigione? È la Sicilia in cosa è una prigione secondo lei?
“Tutte le isole, soprattutto se piccole e mal collegate come Linosa - che soffre da sempre per questo e altri problemi, sono un po’ delle prigioni, nonostante la loro bellezza. A volte anche la troppa bellezza può diventare una prigione”.










