di Cesare Burdese*
Ristretti Orizzonti, 1 dicembre 2205
Procede alacremente l’azione governativa per fronteggiare il sovraffollamento carcerario con la costruzione di nuovi posti detentivi nelle carceri in funzione, “ovunque vi sia dello spazio libero da occupare”. La dove c’è l’erba dei campi da calcio, dove ci sono vigneti e serre, presto ci sarà cemento. Le celle inutilizzate per la mancanza reiterata di manutenzione o perché vandalizzate, saranno riportate all’onore del mondo, auspicabilmente anche ottemperando finalmente ad una normativa che, disattesa sin dal 2000, prevede doccia ed acqua calda in ogni cella. Non importa se il risultato lo si raggiungerà costruendo edifici che sembrano più a contenitori per soggetti inanimati che per esseri umani o allestendo prefabbricati, poco più che ricoveri per animali, che per la loro configurazione architettonica lasciano presagire una conflittualità perenne tra detenuti e detenenti. L’imperativo assoluto è che il sovraffollamento vada prontamente risolto, a qualsiasi costo e così sta avvedendo.
Dementicate dunque Voltaire e civiltà, Fedor Dostoevskij e moralità, Cesare Beccaria che la pena deve essere giusta e utile, Victor Hugo che aprire una scuola significa chiudere una prigione, San Giovanni Bosco che è meglio prevenire che punire, meglio educare che reprimere, Gandhi che la prigione è il palazzo della libertà per il satyagrahi.
Dimenticate i Papi che le carceri devono essere luoghi di redenzione, non di disumanizzazione.
Dimenticate Angela Davis, Loic Wacquant, Erving Goffman, Franco Basaglia, John Howard Griffin, Michel Foucault, Nils Christie, Thomas Mathiesen, ecc. ecc., e astenetevi sul controllo sociale e sulle disuguaglianze.
Dimenticate Alvar Aalto, Herman Hertzberger, Hassan Fathy, Le Corbusier, Lina Bo Bardi, Mario Ridolfi, Rem Koolhaas, che al centro della scena architettonica va posto l’individuo con i suoi bisogni materiali ed immateriali.
Dimenticate Frank Lioyd Wright che abbiamo costruito troppe prigioni per il corpo e troppo pochi templi per lo spirito.
Dimenticate Giovanni Michelucci che un carcere non lo costruirei, lo farei fare ad un altro. In questo caso la mia vigliaccheria arriverebbe fin qui. A meno che non mi facessero costruire una intera città.
Dimenticate Sergio Lenci e la dignità e la decenza nelle carceri con interni puliti, luminosi, aerati, e facilmente pulibili, con la vegetazione a contatto con gli edifici, che riduca il tutto murato e pavimentato dello spazio esterno per mantenere un forte inserimento degli edifici nella natura, con la distanza tra gli affacci degli edifici per impedire l’abituale adozione delle “tramogge” davanti alle finestre.
Dimenticate Alessandro Margara che questo carcere discarica sociale…deve restare così o deve essere rimosso?
Dimenticate Richard Wener e Juhani Pallasma e la neuro architettura ed il design basato sulle evidenze, gli spazi leggibili e intuitivi, l’organizzazione chiara dei percorsi, le proporzioni e le forme che riducono lo smarrimento, l’ambiente che influenza il nostro sistema limbico, l’uso consapevole di luce, colore, materiali, la creazione di atmosfere calibrate per l’attività, la presenza di natura, vista sul paesaggio o aperture verso l’esterno, angoli arrotondati e materiali naturali, la riduzione del rumore e della complessità visiva, le soluzioni che favoriscano relazioni interpersonali e sociali, privacy, partecipazione, percorsi stimolanti, le architetture “esperenziali” che guidano il corpo, la progettazione multisensoriale.
Dimenticate Henry Plummer e l’esperienza dell’architettura.
Dimenticate i problemi più grossi nelle carceri per un visitatore occasionale: la mancanza di aria e di luce, la forte umidità degli ambienti affollati con assenza di ventilazione, la promiscuità totale nel già insopportabile affollamento, il continuo rumore di fondo sul quale si elevano urla, imprecazioni, richiami, ordini, l’insopportabile cattivo odore, fatto di un misto di emanazioni corporali di tutti i generi, di muffa, di fumo di sigaretta, di soffritto di aglio, ecc.
Dimenticate il bisogno di studiare un tipo edilizio rispondente alle esigenze funzionali e anche a quelle della qualità degli ambienti di vita e di lavoro: dalla cella individuale agli spazi collettivi, laboratori, biblioteche, aule scolastiche, locali per gli affetti, ecc., non limitandosi alla semplice applicazione di norme e numeri.
Dimenticate la necessità di superare la condizione di un’esistenza infantilizzata e di rendere il dentro il più possibile uguale al fuori.
Dimenticate il monito costituzionale che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Dimenticate il “Garante” di Mauro Palma che visitare gli istituti di detenzione e avere accesso alle persone detenute richiede “Terzietà”.
Dimenticate e pensate di sistemare tutto in qualche modo, con addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione e senza mai guardare oltre.
Ma poi perché dimenticare e capitolare di fronte al nulla? Perché rassegnarsi? Dismettete il pessimismo dell’intelligenza e sposate l’ottimismo della volontà, per agire fiduciosi, con i piedi ben saldi al suolo e con la testa oltre le nuvole.
*Architetto










