di Andrea Laudadio
Il Riformista, 14 settembre 2026
Come la politica decide i nostri incubi. Poco prima dell’11 settembre 2001 Gallup chiese agli americani quale fosse il problema più grave del paese. Il terrorismo lo nominò meno di una persona su duecento. Un mese dopo balza al 46%. Nel 2010, l’1%. La paura passa, ma lascia un residuo: venticinque anni dopo, il 64% degli americani dice che l’11 settembre ha cambiato per sempre il modo di vivere del paese. Quando la domanda diventa personale, “ha cambiato il tuo?”, la percentuale crolla al 28%. La paura è sempre degli altri. Per Ulrich Beck le società ricche stanno passando dalla società della scarsità, riassunta nella frase “Ho fame!”, alla società del rischio: “Ho paura!”.
I nostri nonni temevano la natura, la carestia, la grandine. Noi temiamo ciò che abbiamo costruito: l’atomo, il virus, l’algoritmo. Non c’è stata una sostituzione, ma una sovrapposizione. Alla questione della distribuzione della ricchezza si è aggiunta quella dei rischi: chi subisce i pericoli generati dal progresso? Ma chiedersi di cosa abbiamo paura serve a poco. La domanda è: chi decide di cosa dobbiamo averne?
Per Mary Douglas e Aaron Wildavsky la risposta è netta: la società innalza alcuni rischi e ne spinge altri sotto la linea dello sguardo. Il pericolo oggettivo conta meno di quanto crediamo. Non temiamo ciò che può ucciderci. Temiamo ciò che il nostro gruppo ha deciso di temere. Il cinema lo dimostra. Sarti, Airoldi e Boni dell’Università di Milano hanno analizzato le parole chiave di quasi 9.000 film horror, dal 1894 al 2017. Anni Cinquanta: mostri, alieni, invasioni. La bomba e il comunismo con la maschera di gomma. Anni Sessanta e Settanta: il mostro diventa umano, il killer è il vicino di casa. Poi il soprannaturale: demoni, possessioni, il male senza corpo. Dalla fine dei Novanta: contagi, zombie, minacce senza volto né spiegazione. Il mostro si è avvicinato, poi è scomparso. È diventato un clima.
Frank Furedi ha messo a fuoco il paradosso. Mai siamo stati così sicuri, mai così intolleranti al rischio. La paura di oggi, scrive, “ha una dinamica fluttuante”; si aggrappa a qualunque cosa. Una paura senza oggetto è la merce perfetta e, per Corey Robin, diventa lo strumento “del dominio delle élite o dell’avanzata degli insorti”, impacchettato da chi ne trae vantaggio. Dopotutto, come diceva Umberto Eco, quando il nemico non c’è, occorre costruirlo. E il nostro orientamento politico? È figlio o padre delle nostre paure? Nel sondaggio Chapman sulle paure degli americani, condotto nei giorni dell’assalto al Campidoglio, i disordini civili fanno paura al 76% di chi si definisce “estremamente liberal” e al 43% di chi si definisce “estremamente conservatore”.
Stessa immagine in tv, due paure diverse. Mi si dirà: lo sappiamo, la politica si fa con la paura. Vero a metà. Gli spot elettorali “spaventosi” convincono chi li guarda. Ted Brader lo ha misurato. Però, dal divano all’urna, il quadro si rovescia. Dopo gli attentati di Parigi del 2015, su un panel di ventunomila francesi, la paura era associata al voto contro il Front National, la rabbia al voto a favore. Chi ha paura cerca protezione. Chi è arrabbiato vota. E vota a destra. Il Remain nel 2016 fece una campagna così carica di paura che gli avversari le appiccicarono l’etichetta “Project Fear”.
Perse 48 a 52. Mancava il colpevole. Il Leave ne aveva uno. La paura da sola paralizza: per portarla alle urne serve un nemico con un volto. Gabriel Lenz ha rianalizzato i sondaggi che seguono gli stessi elettori durante una campagna, in America e in Europa: le persone prima scelgono il leader, poi ne adottano le opinioni. Nel 2017 due politologi hanno mostrato a un campione di elettori dieci proposte politiche; ad alcuni, scelti a caso, hanno aggiunto che il neoeletto Trump sosteneva la versione di sinistra. Tra i repubblicani è bastato questo per spostare le risposte di quindici punti a sinistra.
Se vale per le opinioni, vale a maggior ragione per le paure, che sono opinioni con il battito accelerato. Albertson e Gadarian lo hanno studiato: un’epidemia fa paura da sola; l’immigrazione no: diventa ansia solo quando qualcuno la incornicia. E una volta posta, la cornice non si toglie con i numeri. Gli italiani credono che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione; in realtà sono meno del 10%. Verrebbe da pensare che basti dare la cifra giusta. Lo hanno provato in America e in Europa: chi riceve il numero vero corregge la stima e mantiene l’atteggiamento di prima. Cambia il numero. La cornice resta.
A marzo Gallup ha chiesto agli americani di cosa si preoccupano molto. Il riscaldamento globale: 72% dei democratici, 6% dei repubblicani. L’immigrazione illegale: 55% dei repubblicani, 17% dei democratici. Stesso paese e stesso mese. Chi dirige il sondaggio Chapman sulle paure lo ha detto senza giri di parole: ciò che spaventa di più i repubblicani non viene nemmeno percepito dai democratici. E viceversa. Su una sola paura sono d’accordo: l’altra metà del paese.
Nel 2022, il 62% dei repubblicani e il 54% dei democratici avevano un’opinione molto sfavorevole dell’altro partito; nel 1994 era inferiore a uno su quattro. Roosevelt disse che l’unica cosa di cui avere paura è la paura stessa. Sbagliava, come ho sbagliato io nel titolo. Il mostro non ci sceglie. Lo scegliamo noi, in gruppo e dopo aver votato. Dimmi chi voti (e non cosa) e ti dirò di cosa avrai paura.









