di Alessandra Francesconi
laspunta.it, 6 ottobre 2026
Se pensate che la tossicodipendenza sia associata solo a situazioni di abbandono o disagio, vi sbagliate di grosso. Paola viene da una famiglia benestante. Ha un’educazione rigida e una rete familiare importante. Eppure, nel vortice della droga c’è finita con tutta l’anima: marijuana, cocaina, eroina. Poi il fondo con il carcere. Quel carcere che però l’ha salvata e l’ha resa la donna che è oggi. Una sopravvissuta divenuta guerriera che, senza risparmiarsi e senza sconti, racconta sé stessa portando un messaggio di speranza a chi nella droga ci sta ancora dentro.
Paola Aceti ha 57 anni, uno sguardo profondo ma accogliente. Sin da piccola riceve un’educazione rigidissima che l’ha portata a ricercare affetto e libertà altrove. Seguono amicizie, amori sbagliati e l’incontro - in età adulta - con sostanze stupefacenti che l’hanno resa tossicodipendente. La detenzione a Rebibbia la sconvolge ma poi arrivano rinascita e riscatto. Nel suo libro “Esiste la luce nel buio. La strada per sconfiggere la tossicodipendenza”, edito da Kimerik, la storia della sua vita è chiara. E ora vogliamo raccontarla ai nostri lettori.
Grazie per questo momento insieme, Paola. Entriamo nel vivo. Raccontaci chi sei e qual è la tua storia...
Sono una scrittrice emergente con un passato di tossicodipendenza e carcere. Oggi la mia missione è sensibilizzare le persone e far capire che la tossicodipendenza è una malattia.
Ho avuto traumi importanti, nell’infanzia e durante il mio percorso di vita. Per questo ho frequentato persone fragili come ero io un tempo e con un passato molto simile al mio. Persone che frequentavano la strada, i bar… e mi sono incanalata verso la dipendenza, a partire dall’alcol. Ma quello che voglio dire è che dietro la dipendenza c’è una depressione. Un disagio che sta nell’anima che va curato sin dalla radice. La dipendenza non è una scelta, vi si arriva in maniera inconscia e ad un certo punto non riesci a dire basta. Le persone dovrebbero domandarsi non perché uno inizia ma perché continua. Nel mio caso molto ha contribuito il rapporto con mio padre. Oggi l’ho perdonato ma è stata una persona con un’educazione estremamente rigida e la sua rigidità mi ha indebolita. Spesso non era dalla mia parte, ho subito una sorta di “bullismo” e molte umiliazioni, anche davanti ad altri.
Parliamo del carcere. Due anni di reclusione a Rebibbia per concorso in rapina; il resto della condanna (circa un anno e mezzo) tra domiciliari e obbligo di dimora. Cosa rappresenta il carcere per te?
È stata l’ultima spiaggia a cui sono arrivata per colpa della droga che mi ha spinto a delinquere oltre che a dilapidare una casa di proprietà. Debole e in astinenza di cocaina ed eroina, ero assieme al mio compagno dell’epoca che organizzò una rapina al supermercato a mia insaputa. Ma una volta in carcere mi è scattata la paura per quel posto, ho aperto gli occhi, ho capito dove mi ero ficcata… in quel tunnel orrendo. E allora ho iniziato a pormi delle domande e a darmi delle risposte. Mi sono guardata dentro, ho meditato. Ho capito cose che in fondo già sapevo ma con una lucidità diversa. Il carcere è stata rinascita ma prima sofferenza: il tossicodipendente quando è lucido soffre più di ogni altra persona, soffre per sé stesso e la propria famiglia. Ma io voglio lanciare un messaggio positivo. Voglio offrire agli altri la mia esperienza e il mio percorso di rinascita, voglio condividere le mie risposte.
Approfondiamo questo aspetto. Il tuo messaggio di speranza si traduce in un progetto. Vuoi raccontarcelo?
Sì, ci tengo moltissimo. Vorrei entrare nelle carceri a livello nazionale, portare fiducia, far presente che il carcere è una svolta; voglio dare consigli costruttivi e concreti, perché le persone devono sapere che c’è sempre una luce da raggiungere, una via di uscita. Credo sia necessario garantire un aiuto a fine pena, soprattutto per i detenuti e tossicodipendenti che non hanno famiglia. Per me la famiglia è stata fondamentale sia in carcere sia fuori… non so cosa avrei fatto senza questa. Senza mia sorella che mi ha aiutata con il lavoro.
Sai alcune volte non si pensa a quanto siano importanti i piccoli gesti. E invece sono quelli a fare la differenza, soprattutto in un luogo di detenzione. Come ad esempio ricevere pacchi, per un detenuto significa ricevere oro. Fa parte del mio progetto, gesti piccoli come consegnare presenti a chi non li riceve, portare testimonianze e messaggi positivi, offrire colloqui individuali, consigli concreti per un percorso di rinascita. Dare supporto a tossicodipendenti e detenuti nella ricerca del lavoro e nell’inserimento sociale. Perché la gente si suicida in carcere? Perché non ha prospettive fuori e io voglio contribuire a limitare tutto questo. Chi vuole uscire dal disagio, può uscire. Ed io ne sono la prova.
Perché fai tutto questo?
Ho una voglia estrema di riscatto e di essere un esempio, un esempio positivo per chi vuole uscire. Tutti coloro che hanno attraversato l’inferno, hanno diritto al riscatto. Sai, un detenuto una volta mi ha scritto che il mio libro è molto letto in carcere e sta dando speranza e luce. Una ragazza- che per due volte ha tentato il suicidio - mi ha telefonato dal penitenziario di Fuorni e mi ha confessato che la mia lettura la sta aiutando anche a capire cosa fare una volta fuori. E poi lo devo a mia mamma, che ci ha lasciato circa dieci anni fa, per via dell’Alzheimer.
Stai cercando un appoggio politico per portare avanti il tuo progetto?
Sì, io ho messo a disposizione il mio progetto riguardo i disagi nelle carceri e il degrado per spaccio e tossicodipendenza al movimento “Italia Domani” di Marco Rizzo. Ho scelto loro perché rappresentano un movimento politico neutrale, perché portano avanti il concetto di sovranità del Paese e insieme riusciremo a far nascere l’Italia più forte e indipendente. E con l’occasione, ringrazio anticipatamente per questa opportunità i membri del movimento e coloro che mi appoggiano.
Guardando indietro, c’è qualcosa che non rifaresti?
Rifiuterei le umiliazioni, sarei più egoista, eviterei di soffrire per chi non merita.
Domanda scontata ma di rito: hai mai il timore di ricadere nella droga?
No. Non ho più il terrore di ricascarci. La sostanza ti fa soffrire, i tossici si devono aiutare.
C’è invece qualcosa che ti fa paura oggi?
Niente mi fa paura. Io ho curato il dettaglio nella mia rinascita… grazie alla famiglia.
In questa intervista hai lanciato messaggi di speranza ed era ciò che più desideravi. C’è altro che vuoi dire ai nostri lettori?
Beh, sì: ai genitori voglio dire di comprendere i figli, di farli aprire, di invitarli a non tenere nulla dentro. Ai ragazzi voglio dire che la droga è ingannatrice, ladra di sentimenti che mangia amore per sé e per gli altri.









