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di Caterina Soffici

La Stampa, 1 aprile 2026

I governi di cinque Stati membri dell’Ue stanno minando “in modo sistematico e intenzionale” lo Stato di diritto. C’è anche l’Italia nella lista della vergogna indicata di Liberties, la principale organizzazione europea per la difesa delle libertà civili. Siamo in buona compagnia: insieme a Bulgaria, Croazia, alla Slovacchia autoritaria e filorussa e ovviamente all’Ungheria di Viktor Orbàn, capofila di tutte le nefandezze e da 16 anni campo di sperimentazione politica del concetto di “democrazia illiberale”. Il rapporto 2026 è stato pubblicato lunedì 30 marzo, ottocento pagine di fatti e dati forniti da oltre 40 Ong in 22 Paesi. Liberties (Unione per le libertà civili in Europa) descrive i governi di Bulgaria, Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come “demolitori” che stanno attivamente indebolendo lo Stato di diritto.

Ci sono momenti di rottura palesi, vedi l’inizio di una guerra. E ci sono momenti, spesso impercettibili, in cui le cose cambiano senza dichiararlo. Non c’è un giorno preciso da segnare sul calendario, nessun annuncio solenne. Solo una somma di smottamenti e picconamenti: una norma ritoccata, una voce che si abbassa, un controllo che si allenta. E intanto la parola “diritto” resta lì, intatta, come se bastasse pronunciarla per salvarla. Invece no, il diritto non è qualcosa che ti viene dato da qualcuno. È qualcosa che nessuno può toglierti. Sennò non è un diritto, ma un privilegio, un’eccezione. Stato di diritto è la distanza che tiene insieme il potere e il suo limite. È la possibilità di dissentire senza finire in galera o in liste di proscrizione. Stato di diritto è la libertà di stampa. È una giustizia che funziona e in cui ogni cittadino è uguale di fronte alla legge. È la supremazia della legge contro l’arbitrio. È separazione dei tre poteri, soprattutto autonomia del giudiziario.

È questo e tante altre cose, che nella democratica Europa si danno per scontate. Ci appartengono, pensiamo. Ce le siamo conquistate, anzi le hanno conquistate per noi i nostri genitori e nonni, sconfiggendo regimi e dittature. Pensiamo che siano inesauribili, ma anche le eredità più cospicue, se non te ne prendi cura, finiscono per sperperarsi. E così Liberties ci dice ancora (ancora sì, è il settimo anno che esce il rapporto) che stiamo regredendo, torniamo indietro verso tempi in cui questi diritti non erano affatto garantiti. Quattro sono le categorie dove si scivola pericolosamente: attacchi alla giustizia, lotta alla corruzione, libertà dei media, controlli e contrappesi della società civile. Per quanto riguarda l’Italia si punta molto sulla lotta di potere tra il governo Meloni e la magistratura. Al netto del risultato del referendum (il rapporto è stato chiuso prima) si citano l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, la limitazione delle intercettazioni telefoniche, gli attacchi contro i “magistrati politicizzati che tentano di abolire i confini dell’Italia” per la questione dei centri di rimpatrio in Albania. Si paragona alla furia di Marine Le Pen, dichiarata colpevole di appropriazione indebita e non candidabile alle presidenziali del prossimo anno, che si scaglia contro la “tirannia dei giudici” e contro “il sistema” che le ha sganciato addosso “una bomba atomica”.

Il tutto sotto gli occhi impotenti dell’Unione europea, che si limita a emanare raccomandazioni inefficaci, troppo spesso (nel 93%) facendo copia e incolla di uguali raccomandazioni disattese l’anno precedente. Su 100 raccomandazioni della Commissione valutate da Liberties, 61 non hanno registrato alcun progresso, mentre altre 13 hanno addirittura subito un peggioramento. In Europa, dove della nostra civiltà giuridica ci facciamo vanto e identità, vedere che la democrazia sta diventando una parola “fragile” dovrebbe farci molto riflettere. Forse non solo per denunciare i demolitori, ma anche interrogandosi quando sia divenuto “fragile”, anche culturalmente, il consenso verso lo Stato di diritto. Questa sarebbe un’altra bella indagine da fare.