di Vittorio Feltri
Libero, 1 agosto 2022
Crediamo che i detenuti perdano ogni genere di diritti, ma quelli umani vengono riconosciuti pure alle persone private della libertà personale a causa della esecuzione penale. Tuttavia, i nostri istituti di pena versano in condizioni tanto degradanti che talvolta persino i diritti inviolabili della persona non possono essere garantiti, bensì vengono quotidianamente vilipesi.
Ne soffre la democrazia intera, ne soffre la società, all’interno della quale le carceri sono inserite, ne soffre la giustizia, che diviene meno credibile. E soprattutto ne soffrono coloro che sono rinchiusi in strutture sovraffollate, quindi in celle dove ci si ritrova in troppi a dividere uno spazio di pochi metri quadrati tra individui per di più di diverse nazionalità e con problematiche anche psichiatriche acute che ne imporrebbero una altra collocazione, con temperature che questa estate hanno toccato picchi mortali, senza ventilatori e qualche volta addirittura senza acqua.
È scientificamente dimostrato che il caldo rende più aggressivi e non è un caso che violenze, risse, aggressioni tra detenuti siano in aumento nelle ultime settimane. Sono rimasto colpito da quanto accaduto nel carcere di Bancali, Sassari, qualche notte addietro. Un carcerato, servendosi di uno sgabello, ha fracassato il cranio del compagno di cella mentre questi dormiva, riducendolo in fin di vita. E poi incendi, devastazioni, liti brutali.
La situazione è fuori controllo e viene patita anche dagli agenti di polizia penitenziaria (il cui organico è carente), i quali ogni dì vivono e respirano l’infernale ambiente carcerario riportandone non di rado danni fisici e psichici, basti considerare il preoccupante numero di suicidi tra questi poliziotti. In Lombardia, a fronte di una capienza regolamentare di 6.150 persone, i reclusi sono, al 30 giugno di quest’anno, 7.962. In Puglia, a fronte di una capienza di 2.896, i ristretti sono 3.817. Nel Lazio, a fronte di una capienza di 5.231, dimorano dietro le sbarre 5.667 soggetti.
“A noi, che siamo fuori, cosa ce ne importa?”, qualcuno obietta. Invece no. Il sistema penitenziario riguarda chiunque di noi, perché a chiunque di noi può accadere di venire imprigionato. Se per lo Stato italiano l’imputato non è colpevole fino al terzo grado di giudizio, le nostre prigioni sono gremite di innocenti. Attualmente su 54.841 detenuti quelli in attesa di primo giudizio sono 8.329, i condannati non definitivi 7.221.
Si tratta di oltre 15 mila esseri umani che potrebbero essere riconosciuti innocenti dalla Giustizia, se non tutti almeno una consistente percentuale. Ed avranno vissuto, senza che ve ne fossero i presupposti, ossia senza colpa alcuna, l’esperienza terribile della detenzione in condizioni inumane e lesive della dignità della persona, esperienza che li avrà segnati avita. Spesso in modo irreparabile.
Va da sé che la permanenza in istituti di questo tipo, anziché indurre il detenuto a intraprendere la via della legalità, a causa della assenza di attività lavorative e ricreative, della impossibilità di svolgere dei percorsi di rieducazione o corsi di formazione, finirà tragicamente con l’avvalorare scelte criminali considerate come unica opzione possibile o con il condurre persino il soggetto sano sulla strada della devianza.










