di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 13 settembre 2025
Per il centrodestra l’intesa è fondamentale per “il reinserimento sociale”. L’opposizione: “Siamo preoccupati, non ci sono le condizioni”. Al momento è applicabile ad appena quattro condannati in via definitiva, due per parte. Servirebbe il loro consenso, ma è aggirabile. Tra qualche mese l’Italia potrà mandare i detenuti libici a scontare la pena “a casa loro”. In quelle strutture che i report internazionali denunciano per la violazione dei diritti umani dei detenuti. Potrà succedere anche il contrario: gli eventuali detenuti italiani in Libia, se condannati in via definitiva, potranno tornare in Italia. L’accordo, firmato dai ministri della Giustizia di Roma e Tripoli nel 2023, è stato approvato l’11 settembre dal Senato. La discussione è stata veloce ed è passata in sordina.
Il testo ora andrà a Montecitorio per il via libera definitivo. È stato salutato dalla maggioranza come un passaggio di “ulteriore collaborazione” tra Italia e Libia. Necessario, sostiene il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon, al “reinserimento sociale della persona condannata”. Su questo tema l’Italia può dare ben poche lezioni, data la condizione delle patrie galere. Il problema, però, è che in un Paese come la Libia, in cui spesso non vengono rispettati i diritti umani di minoranze, dissidenti e migranti, il reinserimento sociale, per usare un eufemismo, può essere un miraggio.
Sono ancora sotto gli occhi di tutti le immagini del carcere di Mitiga, diretto dal generale Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale, arrestato in Italia ma subito rilasciato e rispedito in patria per volere del governo. In quella struttura le violenze nei confronti dei detenuti erano all’ordine del giorno. Che ci siano violazioni sistematiche è testimoniato da vari report internazionali. Uno di questi, redatto a fine 2024 dal Panel di esperti sulla Libia delle Nazioni Unite, riporta testimonianze secondo le quali “durante la loro prigionia nei centri di detenzione, i detenuti sono stati duramente picchiati con vari oggetti, come fucili, sbarre e catene di metallo, mazze da baseball, manganelli della polizia e gambe di sedie. Sono stati picchiati su tutte le parti del corpo e molti di loro hanno riportato gravi ferite. Alcuni sono stati picchiati durante gli interrogatori”.
Ma cosa prevede esattamente questo accordo tra Italia e Libia? Redatto nel 2023 e rimasto per un paio d’anni lettera morta, prevede che i libici condannati in via definitiva in Italia e gli italiani condannati in via definitiva in Libia possano scontare la pena in patria. A patto che il reato sia riconosciuto da entrambi i Paesi. Sulla base della richiesta del Paese d’apparteneza e con il consenso del diretto interessato. Il consenso dovrebbe essere una garanzia per scongiurare eventuali persecuzioni in patria dei libici detenuti in Italia, ma c’è un’eccezione alla regola. Se la condanna prevede che il detenuto debba essere espulso dopo aver finito la pena, non c’è bisogno che del consenso. Questa scappatoia, è il timore di chi in Italia si occupa di diritti umani, rischia di far tornare in Libia persone che nel loro Paese d’origine hanno avuto problemi. E che potrebbero finire nella lotta tra milizie, che da tempo affligge la Libia. Inoltre, dopo il trasferimento, l’Italia non avrebbe strumenti per verificare che i diritti della persona in questione siano rispettati.
Un tema, questo, che alla maggioranza non sembra interessare. Anzi, dice Marco Scurria, presidente dell’intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Libia: “Questo accordo fa parte di un passaggio ulteriore di collaborazione, penso che a tutti noi serva una Libia normalizzata”. Il senatore, in Aula, ha sostenuto che molti detenuti libici nelle carceri italiane vogliano tornare a casa “e non perché vogliono andare all’obitorio”. I numeri, però, non tornano. Secondo i dati del ministero della Giustizia, nelle prigioni italiane ci sono 106 detenuti libici. Appena lo 0,5% dei reclusi stranieri in Italia, che sono poco più di 20mila. Tra questi 106, i condannati sono 82. Solo due di loro, però, si legge nella relazione tecnica dell’accordo scritta ad aprile 2025, sono condannati in via definitiva. Ed è, quindi, solo a loro che l’intesa si applicherebbe, per il momento. Secondo la stessa relazione, inoltre, in Libia ci sarebbero due detenuti italiani, che con questo accordo potrebbero tornare. HuffPost ha chiesto a più fonti informazioni su di loro, ma al momento non sono stati diffusi dettagli.
Il primo via libera all’accordo ha messo in allarme le opposizioni: “Siamo molto preoccupati - dice ad HuffPost Alessandro Alfieri del Partito democratico - conosciamo tutti in che stato versa la Libia. Non ci sono le condizioni per concludere questo accordo”. Per Ivan Scalfarotto, di Italia Viva: “Questo accordo è bizzarro e drammatico”. Quel che è certo è che si tratta di un accordo con pochi precedenti: da anni l’Italia cerca di stilare accordi per far scontare “a casa loro” la pena ai detenuti stranieri. L’operazione è andata in porto, però, pochissime volte. Un accordo di questo genere è stato stilato con la Romania, che però è membro dell’Unione europea. Un tentativo è stato fatto anche con l’Albania, Paese amico dell’Italia almeno tanto quanto la Libia. Per ora, però, senza successo. Con il controverso governo di Tripoli l’operazione è stata molto più semplice. Per vedere quali saranno i frutti, e quali gli eventuali danni, basterà aspettare qualche mese.











