di Maria Elena Viggiano
Corriere della Sera, 11 maggio 2024
Il professor Sabino Cassese e don Virginio Colmegna hanno colloquiato con gli amministratori. “La sussidiarietà non è solo portatrice di servizi ma costruzione della socialità”. “Il potere appartiene a noi, al popolo”, dice Sabino Cassese, professore emerito Scuola Normale Superiore di Pisa durante l’incontro “Articolo 118 - Istituzione e sussidiarietà. La sfida dell’amministrazione condivisa” moderato da Elisabetta Soglio. La sussidiarietà riguarda “l’autonoma iniziativa di cittadini nella funzione di interesse generale, aspirazione molto importante ma poco realizzata”. Anche se non sempre è possibile applicarla, questa aspirazione “rappresenta un criterio, un canone dove si stabilisce che il cittadino viene prima”. Cassese continua con un excursus sulla nascita ed evoluzione del principio di sussidiarietà, una parola utilizzata nell’800 da un vescovo tedesco che era anche un deputato della Dieta di Francoforte e sosteneva i corpi intermedi. La parola divenne famosa un secolo dopo grazie a Pio II che nel 1931 spiegò come il principio di sussidiarietà comportava l’apostolato dei laici.
Ma nella Costituzione, precisa Cassese, “il principio di sussidiarietà è usato in tre contesti diversi: l’iniziativa deve partire dai cittadini, le funzioni devono essere distribuite partendo dal basso, e infine quando il governo centrale deve intervenire per riequilibrare delle situazioni, deve farlo ricordando che in primo piano vengono i cittadini”. Per tanti anni la Pubblica Amministrazione ha chiesto al Terzo settore di competere ma come sottolineato da don Virginio Colmegna, presidente onorario Casa della Carità, Famiglia e Disabilità Comune di Genova, “la sussidiarietà non è solo portatrice di servizi ma costruzione della socialità, di una amministrazione condivisa. Si pensa che venga fatta co-programmazione per aggirare il sistema degli appalti, invece è un modo per i cittadini di costruire qualcosa di duraturo”. Concorda Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute Comune di Milano, che ritiene necessario “cambiare il paradigma che deve diventare collaborativo e non competitivo, un percorso condiviso di co-programmazione e co-progettazione. Abbiamo aperto dei tavoli per costruire la partecipazione su tanti livelli di confronto e di ascolto in tante partite come la salute mentale, l’immigrazione, la povertà, gli anziani e la violenza maschile contro le donne. In due anni e mezzo la quota di budget è passata da 6 a 70 milioni, tutti investiti nel settore del welfare”.
Anche Genova ha avviato un percorso di rigenerazione per trovare soluzioni ai problemi e ai bisogni delle persone. Lorenza Rosso, assessore alla Avvocatura e Affari legali, Servizi sociali, Famiglia e Disabilità Comune di Genova, sottolinea che “fino al 2015 utilizzavamo contratti di appalto mettendo gli enti del terzo settore in competizione senza risultati per il territorio. Poi abbiamo iniziato con i patti per i senza dimora che a Genova sono sempre stati fondamentali, soprattutto nel centro storico. Grazie agli enti del terzo settore non ci siamo limitati a cercare una mensa o un dormitorio ma a iniziare un vero e proprio processo per soluzioni definitive”. Invece a Roma, “una città complessa con 15 Municipi - evidenzia Barbara Funari, assessore alle Politiche sociali e alla Salute Comune di Roma - bisogna uniformare le procedure e le modalità di partecipazione. È fondamentale cercare le strade per ricucire la fiducia tra cittadini e istituzioni, attuare la riforma del Terzo settore può essere una svolta importante. Per una governance condivisa ci vogliono 3 P: partecipazione, programmazione, partecipazione”.
Dunque c’è ancora molto da fare ma ricorda don Virginio Colmegna, “il Terzo settore non è più un fornitore di servizi ma un alleato. Le politiche sociali non sono politiche di emergenza ma vengono da richieste dei territori dove c’è spazio per innovazioni e sperimentazioni”. Per Bertolé, è necessario “costruire delle reti sociali nei territori per dare risposte. Abbiamo deciso di puntare sui luoghi fisici che vogliamo trasformare in case di quartiere per creare coesione sociale”. Rosso racconta l’iniziativa di “un tavolo per la food policy per il recupero del cibo. La Liguria è lunga e stretta e Genova ha nove municipi molto diversi tra loro la co-progettazione è fondamentale”. In conclusione Funari sottolinea che per attuare “un vero cambiamento è necessario il coinvolgimento delle giovani generazioni”.










