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di Riccardo Luna


La Repubblica, 4 ottobre 2019

 

La sentenza della Corte di giustizia europea che impone a Facebook e alle altre piattaforme digitali di rimuovere preventivamente un commento sostanzialmente identico a uno già giudicato offensivo - e di farlo non per un singolo Paese ma per tutto il mondo - va inquadrata in quello che sta succedendo in questo momento in rete sul fronte della libertà di espressione.

È in corso una guerra che in prima battuta punta a fermare il cosiddetto hate speech, i discorsi basati sull'odio; ma anche le fake news, la disinformazione; e in definitiva a tutelare maggiormente anche le persone che hanno fatto errori tanto tempo fa, e hanno così ottenuto un diritto a che quell'errore venga dimenticato dalla rete, il "right to be forgotten, il diritto all'oblio".

Questa guerra viene combattuta ogni giorno. Prendete il bollettino dell'ultimo mese. In Italia ha fatto notizia solo la decisione di Facebook di chiudere i profili legati a CasaPound e Forza Nuova (12 settembre). Ma lo stesso giorno, e con le stesse motivazioni, Facebook aveva sospeso in piena campagna elettorale una pagina legata al premier israeliano uscente Netanyahu (che si è difeso dicendo che era gestita da un bot automatico).

Sempre Facebook qualche giorno dopo (20 settembre) ha comunicato di aver cancellato "decine di migliaia di app" che rubavano i dati personali degli utenti in modo simile a quello che faceva Cambridge Analytica. Lo stesso giorno Twitter ha comunicato di aver cancellato "migliaia di profili" proveniente soprattutto dal mondo arabo, legati a campagne di disinformazione (e ad agosto ne aveva già chiusi 200 mila accusati di denigrare la protesta in corso ad Hong Kong).

Il 3 settembre era stato YouTube a informare di aver rimosso circa 100 mila video e chiuso 17 mila canali che diffondevano contenuti di odio. Si tratta di numeri enormi che danno l'idea della sfida in corso.

Al punto che una squadra di calcio, la As Roma, il 27 settembre ha deciso di bannare a vita un suo tifoso perché su Instagram ha dato dello scimmione a un giocatore di colore; e da qualche ora la senatrice democratica Kamala Harris martella Twitter con la richiesta di cancellare nientemeno che il profilo del presidente degli Stati Uniti perché avrebbe minacciato l'agente che ha rivelato la conversazione con il presidente dell'Ucraina da cui è nata la richiesta di impeachment.

Insomma la decisione della Corte di Giustizia europea arriva in questo contesto in cui è diffusa la consapevolezza che l'odio e la disinformazione hanno superato il livello di guardia; e le piattaforme digitali stanno facendo moltissimo finalmente per contrastarli (Instagram ieri ha rilasciato un filtro anti bulli che limita le interazioni con utenti sgraditi). Epperò è una decisione che apre due problemi di difficile soluzione.

Il primo riguarda il fatto di imporre esplicitamente un filtro preventivo che identifichi commenti identici a commenti bloccati. In teoria è un principio giusto ma in pratica ad oggi non esistono filtri così efficaci a meno di non voler correre il rischio di bloccare anche commenti legittimi oppure satirici, o di mera critica. È una strada che porta alla censura.

Il secondo problema è ancora più serio: consentire a un Paese di cancellare contenuti per tutto il mondo è rischiosissimo. La libertà di parola e manifestazione del pensiero infatti è tutelata in modo molto diverso da un paese all'altro. Pur capendo l'esigenza di fare tutto il possibile per arginare odio e disinformazione, consentire ad Paese non democratico di bloccare contenuti per tutti gli altri è oggettivamente sbagliato.

Del resto qualche giorno fa la stessa Corte, a proposito di Google, aveva deciso di limitare l'applicazione del diritto all'oblio alla sola Unione Europea. Un criterio ragionevole ma va tenuto conto anche all'interno dell'Unione, ci sono Paesi come la Germania, che hanno adottato norme sull'hate speech molto dure: valgono per tutti? La materia è complicata e incandescente, ma da qui passano la nostra libertà e la nostra sicurezza. Urge una riflessione. Che parte da due domande: a cosa siamo disposti a rinunciare per fermare l'odio online? E poi: ci resterà il tempo, e la voglia, per combatterne le cause?