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a cura di Davide Pelanda*

Ristretti Orizzonti, 28 novembre 2024

Una lettera di giovani detenuti del carcere Lorusso e Cutugno. “Raccontare il carcere: diritto di cronaca e diritti delle persone private della libertà” è stato il tema di un recente evento organizzato a Torino dall’Opera Barolo in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti del Piemonte. Tra i relatori, il Garante dei detenuti della regione Piemonte, Bruno Mellano, e la Garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Gallo. E proprio Monica Gallo ha letto una lettera di un gruppo di ragazzi detenuti, che hanno analizzato le cronache dei quotidiani di Torino sui “fatti di Via Roma” dell’ottobre 2020 (saccheggi ai negozi, vetrine sfasciate, reati per i quali quei ragazzi sono stati arrestati).

La loro ricerca faceva parte di un progetto pensato da alcuni educatori e da un operatore del servizio civile assieme alla Garante dei detenuti del Comune di Torino e all’Università. L’idea finale, ha spiegato la Garante, dopo l’analisi dei quotidiani, era quella di fare un faccia a faccia tra i detenuti che avevano aderito al progetto e i giornalisti tramite l’Ordine dei giornalisti del Piemonte.

Tutto il progetto è stato inviato al ministero della Giustizia a Roma per avere l’autorizzazione per poter far partecipare i detenuti e i giornalisti dentro la Casa circondariale Lorusso e Cutugno. La risposta di Roma è stata che il progetto si poteva fare, ma il confronto doveva avvenire solo tra i giornalisti e gli agenti della Polizia Penitenziaria e non invece con le persone detenute.

Sarebbe stato davvero interessante poter vedere i risultati del lavoro fatto in un serio faccia a faccia tra i giornalisti piemontesi e i detenuti della Casa circondariale Lorusso e Cutugno che spiegavano le loro reali condizioni di vita in carcere, con una narrazione la più onesta possibile, senza veli, senza pregiudizi, ma di questo progetto non si è fatto più nulla, è rimasta però questa lettera profonda, interessante e molto reale!

*Insegnante e giornalista

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La lettera dei ragazzi detenuti

Siamo un gruppo di ragazzi detenuti alle Vallette di età compresa tra i 18 ed i 25 anni. Da alcuni mesi stiamo partecipando ad un progetto che si chiama “Lettere dal carcere”, che ci ha portato ad unirci e a confrontarci su diversi temi di attualità e legati alle nostre esperienze (detentive e non). Qualche tempo fa, all’interno del nostro percorso, abbiamo avuto modo di leggere alcuni articoli comparsi sui giornali torinesi, i quali raccontavano degli arresti successivi ai fatti di via Roma. In quei pezzi, abbiamo notato alcuni elementi critici ricorrenti nella rappresentazione mediatica che si dà di alcuni fatti e di alcune persone. Ci piacerebbe, quindi, dire la nostra, per provare a contribuire al dibattito ed alla costruzione di una prospettiva diversa su questi temi.

Ci siamo resi conto che, nel raccontare i fatti di reato commessi dai giovani della nostra città, si fa sempre riferimento all’etnia delle persone coinvolte, come se questa rappresentasse l’elemento che ha influenzato direttamente la commissione del crimine. Questa prassi, invece che contribuire ad una migliore comprensione di ciò che è successo, finisce per produrre odio razziale nei confronti di alcuni gruppi sociali che fanno pienamente parte della comunità cittadina. Chiamare i gruppi di ragazzi coinvolti “bande etniche” significa non riconoscere pienamente l’identità di giovani nati e cresciuti in Italia e che, perciò, sono pienamente cittadini del nostro Paese. Anche molti di noi fanno parte di questa categoria di persone e si sentono concretamente discriminati dalla costruzione di una narrazione che pare dire: “Non sei italiano, sei uno straniero e per questo sei un criminale”.

Ancora, troppo spesso, sui media, viene riportato il nome ed il cognome delle persone coinvolte nel fatto che si racconta. Questo aspetto ci pare di particolare gravità: mettere alla gogna, sulla pubblica piazza, una persona, indicandone tutte le generalità, rappresenta una violazione della sua privacy e del diritto alla riservatezza che sarebbe bene gli garantisse il completo anonimato. Secondo quanto previsto dalla nostra Costituzione, le persone che commettono un reato e che scontano una pena per quello, ancor più se giovani, hanno il diritto di potersi ricostruire una vita nella legalità, possibilità che viene loro di fatto negata dalla pubblicazione dei nomi e dei cognomi, che amplificano lo stigma della detenzione e rendono difficilissimo il reperimento di un lavoro. Chi assumerebbe, infatti, un delinquente apparso su tutti i giornali?

Nel caso di specie (i fatti di via Roma), questo fenomeno si è riscontrato nei confronti di persone ancora presunte innocenti perché semplicemente soggette all’applicazione della custodia cautelare in carcere, che nulla ha a che vedere con una condanna passata in giudicato.

Confrontandoci, ci siamo convinti che quanto fin qui descritto sia stato reso possibile dal grandissimo allarme sociale che si è prodotto intorno al fenomeno delle c.d. “baby gang”, sulle quali le notizie riempiono troppo spesso le pagine dei giornali torinesi. In questo caso, infatti, al nome e cognome viene aggiunto un elenco di precedenti penali, stile “lista della spesa”, che ci pare violi il loro diritto all’oblio e finisca esclusivamente per tracciare un preciso profilo criminale dei ragazzi. “L’autorità loro non la considerano”; “Fare casino, che, in fondo, sembra essere la loro filosofia di vita”; “Sono ragazzi, è vero. Ma vogliono essere boss”; “Le regole? Inutili. La legge? Un ostacolo da raggirare. L’autorità? Un fastidio da sfidare”; “Un colpo da poco, è vero, ma che riassume il modo di pensare: in giro faccio quello che voglio”.

Queste sono solo alcune delle frasi che si possono ritrovare in un articolo di giornale a cui abbiamo fatto particolare riferimento, e che costruiscono uno specifico immaginario: i giovani delle periferie (o “banlieue”, come si suole ormai chiamarle) sono pericolosi criminali con nessun rispetto per le regole di convivenza. Ci sembra chiaro come, a fare le spese di questo tipo di narrazione. siano tutte le persone che vivono nelle zone periferiche della nostra città, che, perciò, finiscono per essere ancor più ghettizzate e marginalizzate. L’immaginario collettivo delle periferie che si costruisce è quello di luoghi degradati e violenti, i cui abitanti si dividono tra poveri ignoranti e incalliti criminali.

Questo modo di raccontare le persone, inoltre, finisce per definirle con l’etichetta del reato che hanno commesso, senza indagare chi davvero siano e che vissuti abbiano. Ancora, invece che generare una società più sicura, questa narrazione produce allarme sociale e contribuisce a diffondere paura nei confronti di tutti i componenti di determinati gruppi sociali. Questa paura, poi, parte dalla società civile e arriva fino a chi ricopre ruoli di responsabilità (come rappresentanti politici e giudici), che rischiano così di cominciare ad interpretare la loro funzione in maniera sempre meno garantista.

Tutto ciò crea un paradosso: noi, che prima di fare ingresso in carcere avevamo paura di entrare, oggi ci scopriamo ad avere paura di uscire, in un mondo che tende a giudicare, invece che a dare opportunità.

In primo luogo, per noi è davvero importante aver deciso di prendere la parola e rompere quella dinamica odiosa che porta qualcuno a parlare di e/o per qualcun altro. Confrontandoci, ci siamo resi conto che avevamo la possibilità di contribuire a cambiare la narrazione che di noi viene fatta, agendo le piccole quote di potere che ognuno di noi possiede e che ci definiscono pienamente come cittadini della nostra società.

In secondo luogo, volevamo evidenziare l’importanza di percorsi di riflessione ed azione collettiva, che contribuiscono a riempire di significato il tempo della pena e che permettono di acquisire nuove consapevolezze. Rileviamo, però, come tale opportunità abbia costituito un’eccezione nel nostro percorso detentivo, che troppo spesso si caratterizza per essere una reclusione totalmente intramuraria e che termina solo col fine pena. Ci sembra di poter dire, allora, che l’esclusione sociale inizia con l’articolo di giornale e continua col tempo vuoto “dalla branda al carrello” (ovvero, con la mancata applicazione delle misure alternative alla detenzione, nonostante la pena dovrebbe mutare nel corso della sua esecuzione).

Speriamo che le nostre parole possano davvero entrare a far parte del dibattito pubblico, perché rappresentano la testimonianza attiva di una partecipazione che batte l’indifferenza e produce cambiamento. Come si dice qui dentro: buona!

I ragazzi delle Vallette

Dani, Amza, Giuseppe, Sami e Amin