di Massimo Nava
Corriere della Sera, 13 marzo 2026
Guerre giuste e guerre dimenticate: il doppio standard. Quando la forza finisce per sostituire le regole. È abbastanza sorprendente il coro di commenti negativi sulla politica di Donald Trump, a proposito di uso indiscriminato della forza, umiliazione della diplomazia e palese violazione del diritto internazionale. Come se l’attacco all’Iran fosse soltanto un caso improvviso e isolato, concepito dalle follie di potere del presidente americano. Come se la memoria del recente passato e persino del presente fosse azzerata. Come se tutto quanto continua ad accadere anche fuori dall’Iran (leggi Ucraina, Libano, Gaza) fosse meno grave e meritasse meno attenzione. Ed è ancora più sorprendente come l’affermazione di un principio - il diritto internazionale - sia sottoposta a variabili di ordine culturale e politico, il che, di conseguenza, comporta che la violazione dello stesso sia considerata più o meno grave non in assoluto, ma a seconda di chi la decida e di chi la subisca.
Se ci riferiamo ad esempio all’invasione dell’Ucraina, la condanna della Russia è quasi unanime, così come quasi unanime è la percezione dell’Ucraina e della sua leadership come vittime. In sintesi, la Russia ha invaso un Paese sovrano e per di più democratico, a prescindere dalla genesi e dalle ragioni del conflitto in Donbass, cominciato dieci anni prima dell’invasione. In sintesi, la morte di civili e bambini ucraini suscita maggiore indignazione della morte di civili e bambini dell’Iran, del Libano, di Gaza.
Diverse furono le motivazioni addotte e la percezione dell’opinione pubblica a proposito del bombardamento della Serbia, deciso nella primavera del 1999 dall’allora presidente democratico Bill Clinton e dai Paesi dell’Alleanza Atlantica, Italia compresa. Un’azione considerata in buona sostanza eticamente giustificata, a prescindere dal diritto internazionale e dalla violazione di sovranità della Serbia. Il governo italiano - presidente Massimo d’Alema, vice presidente Sergio Mattarella, ministro degli esteri Lamberto Dini - mise a disposizione anche le basi italiane della Nato da cui partirono diverse decine di missioni di bombardieri con piloti italiani a bordo. Un tema - la concessione delle basi - al centro del dibattito politico attuale in cui anche il Pd sembra avere memoria corta rispetto all’epoca di Clinton e D’Alema.
Il bombardamento di un Paese sovrano - la Serbia - possibile in ambito Nato non essendo approvato dalle Nazioni Unite - favorì l’indipendenza della provincia separatista del Kosovo, il che si dimostrò nel tempo anche un formidabile alibi nelle mani del presidente russo Putin per annettersi la Crimea russofona. Ovviamente, occorre ricordare che la Serbia era guidata dall’autocrate Slobodan Milosevic e che in Kosovo era in atto una violenta repressione contro la guerriglia indipendentista. E se aveva senso allora eliminare una dittatura e fermare una repressione, si deve giustificare oggi l’attacco al sanguinario regime iraniano?
Piuttosto controversi furono i giudizi sulla prima e sulla seconda guerra del Golfo, scatenata contro il regime di Saddam Hussein. Nel primo conflitto, l’attacco a Baghdad fu deciso da George Bush senior per difendere e liberare il Kuwait, invaso dalle truppe irachene. In sostanza per contrastare una violazione del diritto internazionale da parte dell’Iraq. Ma nel secondo conflitto, George Bush junior non tenne conto del diritto internazionale, esattamente come Donald Trump, inventò una “coalizione di volenterosi” e mandò i bombardieri nella presunzione che il regime di Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa. Un falso clamoroso, presentato come verità alle Nazione Unite dall’allora segretario di Stato Colin Powell che esibì all’Assemblea la famosa provetta come prova di armi letali.
Nei confronti dell’Iran, almeno le giustificazioni - i piani per la costruzione dell’atomica - erano formalmente più credibili, nonostante le trattative in corso con il regime per fermare quei piani. Certamente più di quanto non siano gli argomenti utilizzati per il sequestro lampo del presidente venezuelano Maduro, un caso che comunque s’inserisce nella galleria di leader spietati e invisi al proprio popolo (ieri Saddam e Milosevic, oggi Khamenei e appunto Maduro) la cui fine non commuove nessuno. Restano le motivazioni che hanno determinato la loro eliminazione, appunto una palese violazione del diritto internazionale e della sovranità statuale e senza nemmeno una dichiarazione di guerra nelle mani degli ambasciatori, come si usava in passato.
Se “il fine giustifica i mezzi”, in un mondo in cui il diritto internazionale è carta straccia, si potrebbe affermare una regola per ora non scritta che sia lecito eliminare con qualsiasi mezzo le dittature ed esportare con qualsiasi mezzo la democrazia. Nobile scopo all’origine di disastri peggiori delle dittature. Sarebbe comunque una regola che dovrebbe sancire anche le eccezioni: non sono eliminabili i regimi troppo potenti e in possesso di armi nucleari. Infatti, la corsa alla bomba continua.









