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di Luigi Manconi e Lucrezia Fortuna

La Repubblica, 22 ottobre 2026

Le piazze raccontano ormai da tempo come le lacerazioni dell’ordine internazionale siano tornate ad essere parte integrante del conflitto politico e sociale interno; guerre, riarmo, scelte di politica estera sono nuovamente terreno di mobilitazione, rivendicazione e confronto pubblico. E mostrano come la risposta degli Stati a tali lacerazioni non faccia che aumentare la già grande distanza tra la democrazia nome e la democrazia cosa: anche quando si agisce all’interno di regimi democratici, spesso tali regimi vengono distorti e piegati al punto da essere, nella sostanza, negati e compromessi. E in questo processo il diritto, piuttosto che colmare lo scarto, finisce talvolta per acuirlo.

Per quanto attraente possa apparire, sarebbe una resa affermare che il sistema democratico, e con esso il diritto internazionale, siano in crisi: più opportuno - ma anche più gravoso - sarebbe forse leggere le dinamiche attuali come il prodotto di un processo che, al contrario, dimostrerebbe al tempo stesso la loro persistente vitalità e il loro carattere ancora incompiuto.

Oltretutto, il racconto della crisi rischia di rafforzare proprio quelle derive autocratiche che dalle minacce alla sicurezza traggono la loro legittimazione, simbolica e materiale, giustificando eccezioni, deroghe, strappi, forzature e altre violazioni dello stesso regime democratico che sostengono di voler difendere.

Un “rifugio per mascalzoni” lo si è definito qualche giorno fa su queste stesse pagine. Di tutto questo tratta il libro di Cinzia Sciuto “Diritto o barbarie. Contro la legge del più forte” (Feltrinelli, 2026) e di come orientarsi in un simile scenario. Come è possibile, sempre che lo sia, sottrarsi all’oppressione della semplificazione e dell’impotenza cui questioni tanto enormi inevitabilmente ci consegnano? Leggere, informarsi, scoprire le pur tante e concrete alternative che esistono, prendervi parte; e poi scegliere, dichiararsi, votare, oggi che il posizionamento geopolitico nazionale e il tema della difesa sono sempre più terreni di conflitto che attraversano trasversalmente coalizioni e, come detto, elettorato.

Il testo di Cinzia Sciuto ci sembra una bussola utile per il contenuto, le intenzioni e il linguaggio adottato, rigoroso ma mai oscuro. Nel volume sono ricostruiti alcuni dei momenti del primo quarto del XXI secolo che hanno accelerato per l’Occidente quel processo di erosione dell’ordine internazionale: “in principio fu l’11 settembre”, l’Afghanistan, l’Iraq, la lotta al terrorismo attraverso la guerra preventiva e la libertà sacrificata alla sicurezza. Poi l’Ucraina e l’invasione della Federazione Russa nel febbraio 2022 sino alla tensione tra il sostegno all’Ucraina e la stanchezza per il protrarsi del conflitto, così incalzante nelle opinioni pubbliche europee e così pericolosa per l’incolumità delle migliaia e migliaia di persone che quel conflitto lo vivono sulla propria pelle. E ancora Israele, Hamas, l’Iran e il Libano con la necessità di ricordare che il 7 ottobre ha un prima che è sostanziale ricostruire; l’opportunità di affidare alla Corte internazionale di Giustizia la decisione sulla configurabilità della categoria di genocidio; la lotta all’antisemitismo e il dovere di evitare che, in nome di essa, si possa limitare ulteriormente la libertà di espressione, compresa quella delle persone di fede ebraica.

Infine il “ritorno del sovrano” Donald Trump, il cui secondo mandato descrive una quotidianità distopica di normalizzazione dell’illegalità e di feudalizzazione del potere verso una torsione autoritaria della politica interna e di quella estera. Ma il cuore del volume, di cui pure questa analisi critica e rigorosa è un passaggio fondamentale, è tuttavia altrove: nei limiti e nelle macchie originarie dell’universalismo occidentale, e nelle fragilità e nelle carenze strutturali dell’ordine internazionale. Tutti aspetti che non vengono in alcun modo ridimensionati ma, al contrario, ribaditi più e più volte man mano che se ne ripercorrono la storia e i soggetti e se ne individuano le difficoltà.

Il diritto internazionale moderno è un ordinamento che nasce dalla promessa di cooperazione tra Stati, al tempo stesso straordinaria e impossibile: straordinaria perché parla di una comunità internazionale retta da principi condivisi; impossibile perché la sovranità risiede comunque all’interno degli Stati. Manca un’autorità sovraordinata dotata di poteri coercitivi autonomi e indipendenti e manca, ancora prima, l’affermazione della piena eguaglianza tra gli Stati stessi. Questo vizio genetico condanna l’ordine internazionale e le sue istituzioni a un’ambiguità permanente.

Eppure, proprio il diritto internazionale può offrirsi non già a tutela dell’esistente, ma come suo “ripensamento radicale”: lo ribadisce l’Autrice nei capitoli conclusivi quando afferma che la sua difesa muove dalla volontà di “comprenderne le disfunzioni e correggerle” e non dalla negazione dei suoi limiti. La trasgressione di un ordinamento, il suo aggiramento o il suo essere piegato agli interessi dei più forti non lo rende per questo inutile, pone semmai il problema inverso: capire se, e come, quell’ordinamento possa ancora funzionare come contenimento e disciplinamento del potere. L’ostilità sempre più aggressiva degli imperialismi contemporanei nei confronti delle Corti e delle istituzioni internazionali è la conferma che le autorità terze conservano una loro vitalità e, pur nell’attuale asimmetria dei rapporti di forza, a svolgere una preziosissima funzione di tutela ed espansione dei diritti.

La prova vera, dunque, non è tanto l’avere fiducia nel diritto, e nella democrazia, così come sono concepiti e realizzati oggi, quanto piuttosto il rifiuto di considerare il loro fallimento come un motivo per arrendersi al primato della forza. Un passaggio del libro che meglio rappresenta questo snodo è quello sul processo di Norimberga: l’esempio di una giustizia nata anche dentro l’asimmetria dei vincitori, e nondimeno in grado di elaborare princìpi che, una volta sanciti, possono essere rivolti contro gli stessi soggetti che li hanno introdotti. Questo consente di nominare i limiti del diritto, la sua selettività e persino la sua “ipocrisia” ma, in ogni caso, di mantenere altresì intatta la sua prima finalità: può essere usato per contestare chi lo viola, compreso chi pretende di esserne l’interprete fondamentale. Qualcosa che una politica basata sul puro potere non può prevedere.