di Sara Bettoni
Corriere della Sera, 28 settembre 2025
“I tagli, i vestiti, la solitudine: i segnali per intercettare il malessere”. Secondo l’Oms la stima è per difetto: potrebbero essere 250 mila gli adolescenti lombardi in difficoltà. Il primario: “Evitare di riversare la propria esperienza sui figli”. Il nodo della scuola: “Sulla scelta del corso di studi serve una mediazione tra famiglia e ragazzino”. Circa 150 mila bambini e adolescenti con disturbi neuropsichiatrici e neurologici curati in Lombardia l’anno scorso, di cui 124 mila assistiti negli ambulatori e 28 mila finiti in pronto soccorso. Ma secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il bisogno potrebbe riguardare fino a 250 mila ragazzi. Come intercettare allora i segnali del disagio silente, prima che la situazione esploda? Alessandro Albizzati, primario all’Asst Santi Paolo e Carlo, ci aiuta a riconoscere i campanelli d’allarme a cui genitori, insegnanti e nonni devono fare attenzione.
“La premessa è che bisogna evitare di identificare la propria adolescenza con quella dei propri figli. Le adolescenze sono andate progressivamente differenziandosi”, spiega. La tendenza di madri e padri è quella di ingigantire o minimizzare i comportamenti dei figli, paragonandoli con la propria esperienza. Il confronto, però, non regge. “Questa generazione vive con i device sempre in mano, come smartphone e tablet, ha la tecnologia e i social network. Non è questione di fare guerra a questi strumenti, ma di gestirli. E più i genitori sono “anziani”, meno sono capaci di gestirli”. Il tentativo di identificazione, molto frequente nell’esperienza del neuropsichiatra, annebbia o oscura quello che i ragazzi fanno e potrebbe anzi essere un innesco che aumenta il livello di conflittualità.
I segnali, dunque. Il primo e più importante riguarda le relazioni. “Un indicatore da non sottovalutare è il disimpegno sociale, la diminuzione dei rapporti soprattutto con i coetanei. Le relazioni con gli amici sono fondative in adolescenza. Una progressiva riduzione delle relazioni che va verso l’isolamento deve allarmare”. Anche in una generazione abituata a intessere amicizie virtuali. “Bisogna mantenere anche un occhio sull’uso dei social network - dice Albizzati -. Potremmo dire che è quasi più importante chiedere ai ragazzi “come va su Internet?” invece di “come è andata la giornata a scuola?”. I genitori devono entrare in quel mondo, che è comunque un contesto di relazioni”.
La scuola non va però trascurata o banalizzata. Anzi, è un contesto a cui va data attenzione. “Non va sottovalutato quello che accade in classe”, continua il primario. L’indirizzo di studio, soprattutto per le superiori, deve essere scelto in una dialettica sana tra adulto e ragazzo. “È lecito che i genitori non annullino le proprie aspettative. Un figlio forte le sa affrontare e contrastare, se necessario. Ma la famiglia deve anche capire quando ridimensionare le proprie richieste”.
Anche i brutti voti possono indicare un disagio? “Le scuole sono sotto bombardamento da tanti anni. I licei milanesi, classici e non, hanno una richiesta di performance alta su cui non flettono. E vedo anche poca propensione alla sperimentalità. Da anni chiediamo che si vada oltre la nozione e il profitto. Mentre vedo più apertura negli istituti tecnici e di periferia, dove gli insegnanti sanno in partenza di dover affrontare situazioni difficili”.
Terzo punto, il corpo. Elemento centrale soprattutto per le ragazze che lo tagliano, lo bruciano, lo affamano, lo cambiano per manifestare il proprio malessere. E per cancellare le tracce di questo martirio, lo coprono. Magliette a maniche lunghe indossate anche d’estate, strati su strati di maglioni e vestiti per nascondere le forme o i chili persi sono strategie da non sottovalutare. “C’è il rischio che si taglino o compiano altri gesti di autolesionismo. L’attenzione al corpo e al cibo è più marcata a Milano rispetto ad altre città italiane, per esempio Roma”.
Il quarto aspetto da monitorare riguarda l’espressione della rabbia. “Tra i ragazzi c’è una epidemia di discontrollo emozionale - riconosce Albizzati. Sono infragiliti, hanno una bassa capacità di sopportare la frustrazione”. I limiti di tolleranza di sfoghi e gesti rabbiosi possono essere flessibili, “ma i ragazzi devono imparare che c’è una reazione a ogni azione fin da piccoli, una questione di sanzioni”. Soprattutto in una città in cui il tasso di violenza è alto. “È la città delle lame. C’è anche chi tiene con sé un coltello perché ha paura”.
Cosa fare, una volta che emergono questi segnali? “C’è la tendenza a cercare subito un intervento tecnico, per esempio la psicoterapia. Ma secondo me è importante che i ragazzi possano fare innanzitutto qualcosa di attivo, di pratico in prima persona. Magari non hanno successo a scuola, ma devono trovare altri spazi in cui realizzarsi”. Lo sport, il volontariato, lo scoutismo, ma anche i centri sociali, in cui confrontarsi con ragazzi più grandi, possono essere una risposta al disagio. “Chi riesce a diventare leader degli adolescenti ha una grande funzione educativa - riflette ancora l’esperto. Oltre e più che di psicologi e neuropsichiatri, abbiamo bisogno di educatori. Ed è spaventoso come il loro ruolo sia così poco riconosciuto”.











