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di Matteo Bussola

Corriere della Sera, 5 gennaio 2025

Salutati come strumenti di libertà e persino di liberazione degli individui e dei popoli, i social sembrano essersi trasformati in pericolosi sistemi di manipolazione di massa. Che cosa resta oggi, vent’anni dopo la creazione del gigante di Zuckerberg? Una “zona grigia” inquietante che alimenta solo spazzatura. I social ci hanno fatto disimparare a confrontarci. È un amaro paradosso, su piattaforme nate per condividere opinioni. Ma appare ormai lampante la polarizzazione immediata che, in rete, scatta davanti a qualunque tema. Si cede alla tentazione di ridurre ogni ragionamento a fazioni, ad adesioni tribali, in cui gli interlocutori vengono indicati come stimabili, o al contrario spregevoli, a seconda che appartengano o meno alla parte che noi riteniamo essere incontrovertibilmente giusta.

Come è sempre più diffusa la ferocia nel sentirsi legittimati a pretendere che chi seguiamo, o leggiamo, debba assecondare le nostre aspettative, rispettare il tempismo previsto, confermare le nostre idee. Si assiste a passaggi in cui perfino il silenzio viene strumentalizzato, perché ciascuno viene chiamato implicitamente a schierarsi, pena l’essere considerato un ignavo o un vigliacco: e non hai scritto niente sul conflitto in corso, e non sei allineato sul caso della settimana, e non sei sul pezzo sull’indignazione del giorno. E però, a volte, la scelta più difficile è proprio quella di prendersi il tempo, di non voler contribuire al chiacchiericcio. In una comunicazione social fatta spesso di punti esclamativi, priva di aperture, scegliere invece l’esercizio del dubbio, lo spiraglio di un punto di domanda, oppure un rispettoso silenzio di fronte a tragedie che sono più grandi di noi, di sicuro più grandi dei nostri piccoli desideri di protagonismo o della necessità di ricevere conferme.

I social ci hanno fatto perdere la capacità di gestire il disaccordo, ci spingono a contrapposizioni e semplificazioni manichee, a trattare chi oppone pensieri divergenti come un nemico, anziché come un avversario. La differenza è sostanziale: un avversario è qualcuno con cui devi misurarti, per il quale riesci però a mantenere non solo rispetto, ma quasi una forma di amore, perché ne riconosci comunque la storia, le difficoltà, i desideri e i bisogni cui ogni essere umano ha diritto. Puoi specchiarti in lui e vedervi un altro te. Un nemico è invece uno da sconfiggere, far scomparire, rimuovere. E di nemici, reali o immaginari, in giro oggi ce ne sono fin troppi.

Allo stesso tempo, e non sembri una contraddizione, pure sui social ci sono momenti in cui può starci bene un vaffanculo onesto, senza sensi di colpa. Può succedere quando ti accorgi che ti stai sforzando di parlare con qualcuno che non ha a cuore un confronto costruttivo, ma vuole solo calpestarti, schiacciarti sotto le suole delle sue (presunte) ragioni. Il fatto è che le ragioni hanno senso se possono diventare ponti per unire, e non armi per dividere. Perché le armi hanno questo terribile effetto collaterale: quando le impugni, prima o poi, sparano. E quando sparano, in genere, lasciano sempre qualcuno a terra.

Ecco, dialogare sui social in maniera concreta, salutare, proficua, dovrebbe avere un obiettivo prima degli altri: quello di accertarsi che, al termine di una discussione, anche accesa, a terra non resti mai nessuno. mine sono femmine, tertium non datur, come dicevano i latini. Ci sono le bevande e i cibi permessi, buoni e “nostri” - la carne grigliata, le birre, l’alcool - e poi ci sono quelli che mangiano i grilli e gli insetti e non mangiano il maiale. O mangiano solo verdure, poveracci. Non c’è il vecchio razzismo dei bianchi e dei neri, troppo riconoscibile, troppo attaccabile. È attorno alla naturalità di maschi e femmine che si gioca la partita. Il filone “nostalgia” mostra spesso “veri” maschi e femmine in minigonna e calze autoreggenti degli anni Ottanta contrapposti ai maschi effemminati con i capelli colorati di rosa “tipici” di oggi.

Le analisi antropologiche, come l’interessante libro di Angela Biscaldi e Vincenzo Matera (“Antropologia dei social media”, Carocci, 2019), si sono concentrati per lo più sugli usi relazionali, espressivi, esplorativi dei social in relazione ai soggetti che li frequentano. Ma, in questa zona grigia, sono in ballo forze “esterne” che intervengono per alimentare una propaganda indiretta, velata, nascosta, ma politicamente alquanto efficace. Non è difficile infatti, per uno studioso di scienze sociali, scorgere una precisa “antropologia”, cioè una concezione dell’essere umano, che propone e difende l’idea di una Natura Umana. Siamo esseri naturalmente sessuati in maschili e femminili, naturalmente portati a realizzare i nostri desideri e voglie, naturalmente carnivori, naturalmente bianchi, italiani (o francesi o inglesi, dipende dalla lingua del post) e, se ci fosse possibile, ricchi.

Chi alimenta continuamente di post questa “zona grigia”? Come trova tempo e risorse per spandere tutto questo spam nella rete, gettando esche rilanciate poi in continuazione da “avatar reali” che a volte hanno il volto dei nostri amici su Facebook? Difficile pensare ad atti spontanei. La “loro” antropologia ha una chiara matrice: accomuna tutti quelli, e sono tanti e tante di questi tempi, che pensano che l’essere umano sia dotato di una Natura che non si cambia. O si è bianchi o si è neri. O italiani o africani. O maschi o femmine. L’umanità non cambia, non si trasforma, non si educa: i criminali, come sostiene una certa propaganda politica, vanno puniti, devono “marcire” in carcere, buttando la chiave, perché la loro natura è criminale. I bambini di origine straniera rimangono tali, non possono “diventare” (facilmente) italiani.

Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo del web come in quello della politica: l’idea di una Natura Umana invariabile, a cui solo un mondo “al contrario” potrebbe cercare di opporsi. Siamo ben lontani dalle idee di trasformazione, di educazione, di progresso, di contaminazione, fluidità e meticciato che hanno caratterizzato la storia delle scienze sociali le quali, non a caso, sono sotto attacco di questi tempi. Forse in questo trash grigio di Facebook troviamo una chiave di lettura di quanto sta accadendo nel mondo molto reale della politica: è una frattura ormai netta quella che separa i sostenitori della Natura Umana da coloro che sostengono, piuttosto, l’idea di una “condizione umana”, storicamente e culturalmente variabile.

Una volta, intervenendo a un convegno dell’Accademia delle Scienze di Torino, l’antropologo americano Marshall Sahlins, disse che “la natura umana è solo delle scimmie” (sulla rivista “Studi Culturali”, 3, 2011)! Con il suo linguaggio provocatorio, Sahlins voleva sottolineare che è proprio della condizione umana l’immaginazione, la variabilità, la trasformazione, la plasticità. Non siamo esseri naturalmente egoisti e calcolatori. Nel riflusso conservatore che caratterizza i nostri tempi, invece, torna ad affacciarsi una Natura Umana invariabile e un progetto politico che mira a fissare le tipologie ed è ossessionato da ogni forma di contaminazione. Temo che la “zona grigia” di Facebook sia alquanto efficace nel trasmette questo tipo di antropologia.