di Letizia Pezzali
Il Domani, 14 settembre 2025
Perché a volte preferiamo scrivere a mano e non al computer? L’idea di fondo credo sia quella di liberarsi dalle distrazioni che gli schermi portano. Di recuperare capacità di attenzione. Una ricerca di silenzio e solitudine. Scrivere a mano oggi significa anzitutto provare un dolore superfluo al braccio, un dolore che potresti evitare: scrivere al computer non fa male allo stesso modo. Non è neppure un dolore suggestivo. È molto simile all’indolenzimento che proviamo quando teniamo in mano uno smartphone troppo a lungo. Però vedere le parole che si accumulano sulla pagina, quella misura dello sforzo in forma di svolazzi, effettivamente dà una soddisfazione primitiva.
Sul tavolo dove scrivo da qualche tempo non c’è un computer, lo tengo altrove e lo uso quando serve. L’idea è quella di scrivere i testi a mano, per poi ricopiarli in formato elettronico. Oppure, come nel caso di questo articolo, dettarli a Word, naturalmente evitando di pensare “potrei farci un podcast”. Però non sono qui per spiegarvi le ragioni profonde dello scrivere a mano. Scrivere senza interferenze è senza dubbio la maniera in cui si esercita la coscienza, e scrivere a mano è la modalità che più di tutte elimina le interferenze. Dunque, se la logica non inganna, ecco spiegato. Tuttavia non bisogna farsi troppe illusioni sul valore della propria coscienza. Dipende. Amo la coscienza umana, questo oggetto irriducibile, ma va detto che, a parte rari momenti, al naturale siamo principalmente noiosi.
Ottocenteschi - Un tempo mi piaceva dire “scrivere a mano è una forma di resistenza”, lo dicevo perché a volte sono enfatica. In verità non so bene che senso abbia questa idea della carta e della penna. Mi pare evidente che si tratti di una posa estetica. Viviamo di pose, le pose sono un prodotto derivato della sostanza. Ma atteniamoci ai fatti. Quando scriviamo a mano ci chiediamo più spesso se valga veramente la pena scrivere. Questo non è male. Siccome senza tastiera si fa più fatica, e siccome ogni frase si siede e lì resta, e se la cancelli è brutto, finisce che ti fai più domande del tipo: “Sto scrivendo cazzate?”. O meglio: “Le sto pensando?”.
In questo lavorìo ci sentiamo non tanto novecenteschi, quanto ottocenteschi. Romantici, gotici, con le ferite, i calli. Che bello dev’essere stato il tempo in cui non c’era internet, computer, nulla, pensiamo. Ma sappiamo che non era tanto bello, è più una frase che sta bene dire. Se non sapevi una cosa, potevi solo consultare il libro adatto (se l’avevi), oppure andare in biblioteca, oppure telefonare a un amico, ma un amico giusto, che non ti giudica (le domande che abbiamo non sono mica sempre presentabili, vacci tu a interrogare il vicino di casa sulle tue perversioni). So che questa estate molte persone hanno cercato, durante le vacanze, di allontanarsi dagli schermi, dai social, da tutto: disintossicarsi! Content creator che fanno video in cui spiegano perché per un po’ non hanno fatto video, e mostrano un quaderno. L’idea di fondo credo sia quella di liberarsi dalle distrazioni che gli schermi portano. Di recuperare capacità di attenzione. Eppure la nostra ormai eccezionale capacità di sopravvivere fra le distrazioni continue forse è a sua volta una forma di concentrazione suprema. Il dubbio viene.
L’isolamento - In questi giorni è uscito il trailer del nuovo adattamento cinematografico di Cime tempestose, diretto da Emerald Fennell, regista di Saltburn e Promising Young Woman. Le reazioni sono state immediate: attori troppo vecchi, Heathcliff troppo chiaro di pelle, tono troppo erotico. Forse a febbraio - quando uscirà - parleremo molto del film. Per ora mi sono trovata a pensare al libro, che amo. La brughiera, i legami claustrofobici, la ripetizione ossessiva dei rapporti, gli schemi violenti. I romanzi dell’Ottocento sono perfetti per sentire a ogni riga l’assenza di internet, ma anche dei mezzi di trasporto, delle vie di fuga. Solitudine, follia, misantropia (purtroppo anche molta tubercolosi).
Il narratore che troviamo all’inizio del romanzo si trasferisce in quella landa desolata e incontra persone più chiuse di lui. Per non impazzire si affida alla governante, che ha trascorso anni a osservare e ricordare. Insomma: va lì per stare solo, ma si spaventa, e subito capisce che ha bisogno di un racconto. La governante, saggia e posata, racconterà la vita di persone che sagge e posate non sono.
Forse, quando proviamo a staccarci dagli schermi, non cerchiamo soltanto concentrazione. Cerchiamo l’eco di un isolamento che ci affascina. È come fare una prova generale di abisso: togliere voci, notifiche, stimoli, e restare soli con il nostro tempo. Dentro questo silenzio, però, scopriamo che la mente non sopporta il vuoto a lungo. Ha bisogno di un racconto, perlomeno. Di qualcuno che tenga insieme le cose. È tempo assumere una governante, signori.











