di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 27 maggio 2026
Non c’è tregua nel processo di militarizzazione delle prigioni. L’articolo 15 del Decreto legge ‘Sicurezza’ n. 23 del 2026 (convertito nella legge n. 54/26), autorizza i nuclei investigativi della polizia penitenziaria a compiere operazioni sotto copertura all’interno delle carceri. Gli agenti potranno infiltrarsi tra i detenuti sotto le sembianze di un altro detenuto/a, di un educatore, di un volontario/a, di un operatore sanitario. Saranno coperti da eventuali reati compiuti per facilitare l’azione di spionaggio, e potranno ripetersi anche dietro le sbarre opacità, provocazioni e impunità già verificate nelle infiltrazioni di altri corpi di polizia.
Non si tratta di indagare la macro-criminalità, che resta pertinenza di altri corpi: i reati da indagare sono le lotte, le rivolte, l’associazione sovversiva, le possibili evasioni, per poi arrivare allo spaccio di droga e alla detenzione di telefonini: comportamenti che dovrebbero essere identificati dal quotidiano lavoro di sorveglianza senza bisogno di infiltrati. La misura è allarmante sotto diversi profili. Il più grave è denunciato da associazioni, operatori, giuristi/e, garanti e volontari: le operazioni sotto copertura creano una cultura del sospetto, della paura, della sfiducia, attentano alle relazioni solidali tra reclusi/e (e questo può ben essere un esito intenzionale di questa misura) e alle relazioni di fiducia, cura e tutela con gli operatori/operatrici, professionali e volontari, che vedrebbero compromessa la loro stessa funzione e messi a rischio i diritti dei detenuti/e.
Nell’appello di opposizione, vigilanza e disobbedienza sottoscritto da associazioni, operatori/operatrici, volontari/e (Contro il carcere del sospetto. Difendiamo l’articolo 27. No agli agenti infiltrati nelle carceri, www.fuoriluogo.it ) si dice come tutto questo sia una ennesima bomba innescata in un carcere in cui “la qualità della vita è ai suoi minimi per sovraffollamento, degrado delle strutture, mancata attuazione del mandato trattamentale e scarsa garanzia dei diritti fondamentali di chi è recluso/a” e dove “il clima di sfiducia, di sospetto e di arbitrio che inevitabilmente questo nuovo ruolo della polizia penitenziaria porta con sé, non potrà che creare un degrado nelle relazioni interne e un accrescimento del malessere nella popolazione detenuta”, che sarà esposta anche a prevedibili provocazioni.
Le azioni sotto copertura sono un tassello del processo in atto di militarizzazione delle carceri, dove la polizia penitenziaria assume ruoli securitari, repressivi e sempre più di ordine pubblico: con le parole del coordinatore dei Garanti Samuele Ciambriello, “Significa una cosa sola: scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una sfida muscolare”. Il riferimento è al Decreto Ministeriale che introduce una forte autonomizzazione e un ampio potere della polizia penitenziaria su strutture delicate, sganciate dal controllo dei vertici civili, come il Gruppo Operativo Mobile (GOM), che si occupa del 41 bis, il Gruppo di Intervento Operativo (GIO), il Nucleo Investigativo Centrale (NIC), e l’unità che si occupa di scorte: quelle funzioni che pesantemente impattano con i diritti di chi è recluso e con il già difficile equilibrio tra priorità trattamentali e sicurezza interna. Tanto da sollevare un conflitto aspro con gli stessi direttori, che parlano di “securitarismo” e di rischio di gestione “paramilitare”. È, insomma, una partita costituzionale sotto le mentite spoglie del “riordino funzionale”. Per questo, impegno e disobbedienza riguardano tutti, non solo le associazioni, ma anche ordini e sindacati degli operatori/operatrici: a vigilare su provocazioni e soprusi, a negarsi alla collaborazione con le infiltrazioni e a difendere la fiducia costruita con chi è recluso/a.










