di Sergio Valzania
Il Dubbio, 17 giugno 2020
Dall'antichità ai nostri giorni tutti i poteri hanno provato a cancellare le tracce di chi li ha preceduti. ma la storia è anche degli sconfitti. La memoria non è territorio di conquista, da ridisegnare a nostro piacimento distruggendone le tracce scomode, né uno specchio nel quale riconoscersi. Che provincialismo! Spaziale e temporale.
Buttare giù le statue del nemico sconfitto è una pratica vecchia come il mondo e diffusa su tutto il pianeta, non c'è niente da stupirsi. Semmai è vero il contrario: converrebbe andare in cerca del come e del quando si è cominciato a credere che il passato non sia territorio di conquista, da ridisegnare a nostro piacimento distruggendone le tracce scomode, quanto piuttosto uno spazio di ricerca, un gigantesco specchio nel quale è utile osservare il riflesso che produciamo per conoscerci e riconoscerci. La storia dovrebbe consistere in questo.
Si tratta di un mestiere che presenta una qualche difficoltà appunto perché poco condiviso nei suoi fondamenti. A tutti piace abbattere statue. Non appena si è scoperto che il passato orienta il futuro, ci si è affannati a cambiarlo, a riscriverlo, a documentarlo in modo tendenzioso. Il tentativo più ambizioso e radicale in questa direzione è stato fatto in Cina qualche millennio orsono, nel 213 a. C., quando l'imperatore Shi Huang Di, quello dell'esercito di terracotta, accolse la proposta di Li Si e cancellò ogni traccia del passato, cominciando da tutti i testi scritti che non fossero strettamente tecnici.
In questo modo intendeva far ripartire la storia dell'umanità dall'inizio del suo regno. Non è riuscito lui a cancellare il passato, è difficile ci riesca qualcun altro. In effetti la tecnica più diffusa per liberarsi di un passato qualsiasi consiste nel disinteresse, nel seguire la moda, nel lasciare che la natura faccia il suo corso distruggendo palazzi e cancellando città. A questo si può aggiungere un brutale e sbrigativo desiderio di appropriazione.
Nelle tombe dei faraoni, suoi loro sarcofagi di materiali pregiati si sono riconosciute le sostituzioni dei cartigli con i nomi degli scomparsi in essi inumati; nell'antica Roma, dove nacque l'espressione damnatio memoriae, cambiare la testa delle statue al mutare degli imperatori era un fatto normale e anche gli archi di trionfo venivano riutilizzati per nuovi generali vittoriosi, una volta cessata la popolarità del primo destinatario.
La Domus Aurea neroniana fu cancellata dalla topografia della capitale imperiale pochi anni dopo la costruzione per certificare una transizione nella continuità imperiale. Il medioevo lasciò andare in abbandono quasi tutte le architetture imperiali, non solo quelle celebrative.
Anche gli acquedotti smisero di funzionare, ma di loro c'era meno bisogno, dato che le grandi città erano scomparse. Roma era passata da quasi due milioni di abitanti a poche migliaia. Intanto i monaci provvedevano a selezionare il sapere dell'antichità con la semplice tecnica di copiare solo i testi compresi nel canone dell'ortodossia cristiana. Il plot del Nome della Rosa di Umberto Eco si basa proprio su di una questione di conservazione di testi antichi attraverso la copiatura o di un loro occultamento.
L'estetica medievale è un ambito fittizio, ricostruito dai moderni per parlare del passato con le parole del presente, utile però a individuare una continuità che viene percepita per lo meno fino al tredicesimo secolo. Carlo Magno batteva monete dall'aspetto romano, sulle quali era raffigurato in abiti classici. In termini architettonici questo comportava la concezione del contemporaneo/ nuovo come bello, in contrapposizione a edifici antichi ai quali si guarda come riferimenti formali, non in quanto vestigia da conservare.
Anche quando si affaccia l'Umanesimo e si afferma il Rinascimento l'attenzione è centrata sul presente proiettato verso il futuro. Il passato classico costituisce il modello da riprodurre, quello definito complessivamente gotico rappresenta la rozzezza da rifiutare, senza pensar troppo né alle sue valenze estetiche, né a quelle architettoniche, che a livello tecnico saranno superate solo nel barocco, quando si diffonderanno le strutture rinforzate da elementi metallici interni. È in epoca rinascimentale che a Roma i Barberini smantellano una parte del circuito esterno del Colosseo per procurarsi a bon prezzo materiale edilizio utile alla costruzione del loro palazzo.
L'avvento della modernità, con l'Illuminismo e la Rivoluzione francese, conferma, se ce ne fosse bisogno, l'esistenza di una sensibilità che coglie nelle architetture la manifestazione del potere e interpreta in maniera simbolica il rapporto che con esse si deve mantenere.
La devastazione del primo esempio di grande architettura gotica, l'abbazia di Cluny, depredata, saccheggiata, distrutta e utilizzata come cava di pietre fino al 1813, costituì un gesto programmatico. Nello stesso periodo fu avanzata la proposta di radere al suolo il castello di Fontainebleau, residenza di caccia di Francesco I e dei suoi successori, con l'intento esplicito di chiarire ai precedenti proprietari che non sarebbe stato loro concesso di tornare.
Anche la cattedrale di Notre Dame di Parigi subì interventi distruttivi. Le statue della facciata, ritenute erroneamente dei re di Francia, furono decapitate: le teste gettate nella Senna sono state recuperate negli anni Sessanta del Novecento e si trovano oggi esposte al museo nazionale del medio evo a Parigi. Per parecchio tempo l'edificio fu adibito a stalla e magazzino, con una considerazione ben diversa da quella che tutto il mondo occidentale ha dimostrato in occasione dell'incendio dell'anno scorso.
Il palazzo delle Tuileries, residenza monarchica e poi dei governanti francesi succedutisi al potere fino al 1871, fu incendiato il 23 marzo di quell'anno da un commando di estremisti comunardi, con l'esplicito intento di eliminare un luogo simbolo del potere, letto come ostile in ogni caso. L'edificio bruciò per due giorni e per spegnere l'incendio fu necessario far intervenire l'esercito. L'attiguo Museo del Louvre si salvò per una serie di fortunate circostanze.
Negli anni precedenti proprio Parigi era stata teatro di una sorta di guerra delle statue, combattuta in Place Vendomme, nel pieno centro della città. All'origine la piazza ospitava una statua equestre del Re Sole, abbattuta e distrutta dai rivoluzionari nel 1792. Diciotto anni dopo vi fu collocata la Colonna della Grande Armata, alta 44 metri e ricoperta da una decorazione in bronzo, ottenuto dai cannoni catturati a russi e austriaci ad Austerlitz, che racconta le imprese dell'esercito francese. In cima viene collocata una statua di Napoleone in abiti da imperatore romano. L'insieme non è diverso da quello di Trafargar square, dove a dominare è Orazio Nelson.
Quando occuparono Parigi nel 1814 i coalizzati rimossero la statua dell'imperatore, che venne fusa nel 1818 per recuperare il bronzo. Nel 1833 Luigi Filippo, per dimostrare la propria buona disponibilità nei confronti dei bonapartisti, fece realizzare e collocare in cima alla colonna una nuova statua, alta 3,50 metri, che raffigurava l'imperatore in abito da petit caporal.
Giunto sul trono, Napoleone III fece trasferire la nuova statua dello zio agli Invalides e la sostituì con una copia di quella originale andata distrutta. Nel 1870, durante la Comune, il pittore Gustave Courbet richiese l'abbattimento della colonna e della statua, ritenendole un monumento "di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, una affermazione di militarismo". Fu accontentato il 16 maggio dell'anno successivo, salvo essere condannato poi a rifondere il costo della ricostruzione. Pagò solo la prima rata, dato che si spense subito dopo.
Pochi anni prima, nell'Italia unificata era avvenuta una delle maggiori rivoluzioni toponomastiche della storia, con il cambiamento di denominazione delle strade principali di città, cittadine e villaggi che si riempirono di vie e piazze dedicate a Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi. Neppure la Repubblica portò a un sommovimento dedicatorio di tale ampiezza, quando nacquero i viali Gramsci e Stalingrado.
Fu in questa temperie che sorse e lentamente si affermò la concezione per la quale gli edifici e gli arredi urbani provenienti dal passato hanno un valore storico, di memoria collettiva e non solo di prepotente affermazione identitaria, ed è per questo che vanno rispettati e conservati. Per affetto, come il quadro del nonno, indipendentemente dalle sue qualità morali.
Gli eroi di questa nuova visione furono il francese Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc e l'inglese John Ruskin, portatori di due concezioni opposte di conservazione e restauro. Secondo il primo si doveva procedere a ricostruire accuratamente quanto possibile il complesso sul quale si interveniva, anche a costo di porlo in una condizione nella quale storicamente non si era mai trovato.
Fu così che nacquero e Carcasson e le gargoyle di Notre Dame, poi esportate in tutta Europa nonostante non siano mai esistite nell'architettura medievale. Ruskin sosteneva invece che non fosse ammesso intervenire in alcun modo per ripristinare, ma solo proteggere l'esistente per quanto possibile, rassegnandosi alla sua scomparsa quando fosse arrivato il momento.
La riflessione sul restauro si è sviluppata molto in seguito, ma continua a spostarsi tra questi due poli. E a non uscire dall'ambito europeo. In altre culture il rispetto per le architetture del passato è molto minore. Sono semmai i luoghi in sé a ispirare rispetto. In Giappone i templi in legno vengono ricostruiti con regolarità, persino sulla Basilica della Resurrezione a Gerusalemme si interviene con una certa libertà, mentre rimane poco o niente delle New York e Chicago di inizio secolo. Della Pechino imperiale resta solo la città proibita e Mao si impegnò con determinazione nel cancellare le tracce del passato, come racconta e documenta Tiziano Terzani.
Il Novecento è il secolo degli autoritarismi, regimi desiderosi di autorappresentarsi in termini monumentali, atteggiamento per alcuni aspetti proprio anche della democrazia statunitense, esibito nella grandiosità di Washington. Stalin volle la metropolitana e i grattacieli di Mosca, in concorrenza con quelli di New York; Mussolini arrivò in ritardo per dare a Roma un volto nuovo e diverso rispetto alla capitale della cristianità, in concorrenza con la quale erano stati costruiti Vittoriale e palazzo di Giustizia, ma mise a segno qualche colpo fortunato, se non proprio felice, come via della Conciliazione.
Della Berlino di Hitler non resta niente. Anche il bunker della Nuova Cancelleria costruita da Albert Speer è stato distrutto, come il Berghof, in Baviera, perché non divenissero luoghi di pellegrinaggio neonazista. Il carcere di Spandau dove sono stati rinchiusi i condannati a pene detentive dal tribunale di Monaco ha seguito lo stesso destino nel 1987, dopo la morte dell'ultimo recluso, Rudolf Hess.
Nel dopoguerra, mentre in Italia non si andava molto più in là di spostare le statue a Firenze di Dante e a Trieste dell'imperatrice Sissi, la grande trasformazione dell'arredo urbano e della toponomastica è avvenuta in Europa a seguito della sconfitta sovietica nella guerra fredda e nella caduta di tutti i regimi di socialismo reale.
Questo ha portato alla cancellazione di molti monumenti e dedicazioni stradali ad essi collegati, anche se a Berlino si trova ancora, a 200 metri dalla porta di Brandeburgo, il Sowjetisches Ehrenmal, il monumento dedicato ai soldati sovietici caduti nella conquista della città nel 1945. Quelli dei reparti ai quali i generali concessero due giorni di libero saccheggio dopo la vittoria.
Esempio massimo del cambiamento del vento in quegli anni fu il ritorno di San Pietroburgo al nome originale, cancellando quello di Leningrado, utilizzato dal 1924 al 1991 e in particolare durante i quasi 27 mesi di assedio ad opera dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale. Furono infatti i reduci di quella gigantesca battaglia, connotata dal nome di Leningrado, a opporsi fino alla fine al cambiamento.
In questo contesto buttar giù una qualche decina di statue e cambiare qualche centinaio di targhe stradali è la minor spesa. Semmai occorrerebbe domandarsi quanto decisioni del genere rimettano in discussione conquiste importanti sul piano culturale e di analisi storica, di comprensione della realtà, mai univoca, sempre condizionata dall'esistenza delle ragioni del perdente, che la sconfitta non autorizza a calpestare. Sempre ricordando l'adagio per il quale "la giustizia fugge dal campo del vincitore".










