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di Goffredo Buccini

Corriere della Sera, 12 maggio 2022

Da tempo Putin parla dello “spazio russo”. Ma in un triste paradosso, proprio mentre è in corso l’operazione per “denazificare” l’Ucraina, si possono cogliere assonanze con lo spazio vitale rivendicato dai nazisti.

Tutti noi che desideriamo la pace abbiamo ricavato conforto dai toni di Putin alla parata di Mosca, meno apocalittici del temuto: il presidente russo ha “solo” accusato l’Occidente di voler aggredire il suo Paese, senza dichiarare la preannunciata guerra totale. Certo, il sospiro di sollievo collettivo non può impedirci di udire un rumore di fondo che si protrae da tempo nella narrazione putiniana.

Quel suono è un ritornello che accompagna molto le dittature: e racconta la loro idea di spazio. Spazio culturale o fisico, geopolitico o militare, spesso ai tiranni lo spazio manca. Ed è un triste paradosso della storia, visto il proclamato obiettivo di “denazificare” l’Ucraina, che si possano cogliere talune assonanze tra l’idea del Russkij Mir, lo “spazio russo” (nell’uso che ne fa l’autocrate moscovita) e il Lebensraum, lo spazio vitale rivendicato dai nazisti.

Forse l’ostacolo a monte di un percorso che riconduca Putin a un tavolo dove l’Ucraina possa mantenere davvero la sua dimensione statuale integra e indipendente (obiettivo ribadito dal più attivo negoziatore di questa fase, Macron, dopo una preziosa telefonata con Xi Jinping) sta proprio qui: nella rivendicazione di “spazio” per il “vero popolo” avanzata dai movimenti conservatori e nostalgici come quello putiniano, attraverso la storia (anche il nostro fascismo lo fece).

Putin evoca in pubblico per la prima volta il Russkij Mir il 27 aprile 2014 (giusto due mesi dopo l’invasione della Crimea). Sostenuto dal patriarca Kyrill, il concetto è molto elastico e compare già nell’XI secolo: attiene alle radici e alla lingua, all’etnia e al sentimento. In base ad esso, la Russia putiniana ritiene che le proprie dimensioni siano assai più vaste degli attuali confini della Federazione (Lucio Caracciolo sostiene che per Putin la Federazione Russa sia un “provisorium” in attesa di riconnettersi alla sua millenaria missione imperiale). Secondo un’indagine pubblicata nel 2014 dal sito della putiniana Fondazione Russkij Mir, il mondo russo si estende almeno a Kazakistan, Bielorussia, Ucraina orientale, Transnistria in Moldova, Ossezia del Sud e Abcasia in Georgia. Secondo Kyrill, che lo lega alla fede russo ortodossa, il nucleo del Russkij Mir comprende Russia, Ucraina e Bielorussia.

Anche il Lebensraum ha origini più antiche del nazismo, compare in biogeografia alla fine dell’Ottocento, poi viene veicolato a Hitler (durante la sua prigionia a Landsberg) dal generale Haushofer e da Rudolf Hess. Così lo ritroviamo nel Mein Kampf: “... avanzare lungo la strada che porterà il nostro popolo dall’attuale ristretto spazio vitale verso il possesso di nuove terre e orizzonti, e così lo porterà a liberarsi dal pericolo di scomparire dal mondo o di servire gli altri come una nazione schiava”. Hitler rivendicava la colonizzazione verso Est, realizzata dai popoli germanici nel Medioevo, quale prima molla alla spinta vitale di cui sopra. Nel suo famoso discorso per l’invasione di febbraio, Putin sottolinea che l’Ucraina è una “porzione inalienabile” della storia, della cultura e dello spazio “spirituale” dei russi, con un richiamo esplicito a “prima del XVII secolo, quando una parte di questo territorio si è riunita allo Stato russo”.

Colin Crouch, il sociologo che ha teorizzato la “postdemocrazia”, spiega bene la politicizzazione del “pessimismo nostalgico” realizzata da movimenti conservatori che riempiono il vuoto di senso generato dal “progresso” con la creazione di una visione dell’età dell’oro passata, di un mondo che rischia di venire invaso... Da chi? Dalle istituzioni internazionali, che pretendono cessioni di sovranità, dalle nuove forze economiche che distruggono le “buone vecchie” industrie e, naturalmente, dalle donne, che erodono spazi di potere e di identità virile, mettendo in discussione gli equilibri della famiglia. La colpa di tutto ciò è ovviamente attribuita alle élite liberali accusate di promuovere queste “novità” e di imporle al popolo, sano e conservatore. È l’identikit preciso del putinismo nella sua declinazione premoderna.

Nulla, se non le difficoltà incontrate a causa dell’imprevista resistenza degli ucraini, può far credere a un ripensamento: ma questa resistenza c’è stata ed è determinante. Nel brodo di coltura valoriale di ogni vero movimento “retrotopista” (direbbe Bauman), i diritti individuali svaniscono, ciò che contrasta l’ortodossia sessuale deve scomparire. Hitler in fondo si ribellava alle “degenerazioni” di Weimar. Putin alla società libertina occidentale, “di gay e drogati”. Persino i discorsi d’avvio delle invasioni, quella di Hitler contro la Polonia e quella di Putin contro l’Ucraina, presentano analogie inquietanti finanche nella scelta delle parole, delle rivendicazioni, delle minacce.

Ma Putin ovviamente non è Hitler, è assai lontano dalla demoniaca dimensione teoretica attinta dal Führer. Variabili come Nato e Ue stanno qui a prometterci che la storia non può ripetersi. E, soprattutto, a rinfocolare le speranze degli occidentali (segnatamente di noi europei, che viviamo il conflitto nel cortile di casa e il ricasco delle sanzioni sulla nostra pelle) conta il principio di realtà che ci auguriamo possa prevalere sui foschi echi ideologici. Tale principio si è visto in azione nella Piazza Rossa, quando l’autocrate di Mosca ha ridotto la propria narrazione alla rivendicazione del Donbass, ha omesso di citare l’Ucraina (forse, anche, perché per lui non esiste affatto) ed è parso quasi giustificarsi, sostenendo la grottesca teoria dell’aggressione... preventiva (“la Nato stava per attaccarci!”). Non c’è da fidarsi troppo, lo sappiamo. Vladislav Surkov, vero Rasputin di Putin prima di cadere in disgrazia, ha chiesto spazio per il suo capo, spiegando come sia “impensabile che la Russia rimanga entro i confini di un mondo osceno” (cioè, il nostro mondo democratico). Ma più che confidare nel dittatore, noi confidiamo nel suo popolo (dubitando del consenso nei sondaggi): quel popolo di padri e madri che ha già perso migliaia di ragazzi nella folle avventura in Ucraina e per rassicurare il quale il leader del Cremlino potrebbe aver cambiato postura. Non c’è da fidarsi, ma da sperare: che Putin non sia quella “tigre con cui non si può ragionare avendo la testa nelle sue fauci”, come Winston Churchill ebbe a dire tanti anni fa del più feroce tiranno dell’epoca moderna, negandosi a una pace inginocchiata.