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di Simona Musco

Il Dubbio, 20 maggio 2026

I capi delle procure provano a dettare la linea e imporre i propri veti al Csm. Un pressing che scuote Palazzo Bachelet alla vigilia del Plenum di oggi del Consiglio superiore della magistratura, chiamato a votare la delicata delibera sulla comunicazione degli uffici giudiziari svelata dal Dubbio. Quello che doveva essere un passaggio blindato, forte dell'accordo raggiunto da tutti i gruppi (nessuno escluso) in Settima Commissione - dove erano stati accolti emendamenti e osservazioni - si è trasformato in un corpo a corpo politico dell'ultimo minuto. Al centro della contesa: l'obbligo di rettifica a tutela degli indagati e le modalità di ostensione delle ordinanze cautelari ai giornalisti.

A raccogliere i timori sono stati i progressisti di Area, investiti nelle ultime ore, stando a quanto trapela, dalle forti proteste dei procuratori della Repubblica e dai dubbi della stessa Anm. Dal gruppo confermano che la linea è quella della modifica, con l'intenzione di chiedere un ritorno in Commissione. In alternativa, se i numeri non consentiranno una riscrittura ex novo della pratica, l'intento è quello di proporre qualche emendamento attinente a un profilo specifico e non incidente sull'impianto complessivo.

La parte su cui si sono concentrate le polemiche riguarda un punto nevralgico del testo: la consegna dell'ordinanza cautelare alla stampa. Un terreno che sarebbe reso scivoloso dal coordinamento tra le regole della riforma Cartabia sulla presunzione d'innocenza e il recente decreto Costa del 2024, che consente di dare gli atti ai cronisti. Da una parte, infatti, si sostiene che l'invio dell'ordinanza cautelare ai giornalisti alimenterebbe il mercato nero delle informazioni. Un'obiezione che suscita non poche perplessità, dal momento che già oggi questo mercato esiste. Il secondo argomento critico riguarda l'obbligo di rettifica, che secondo i capi degli uffici graverebbe in maniera eccessiva dal punto di vista organizzativo. Un allarme rilanciato con forza da Nello Rossi, direttore di Questione Giustizia, secondo cui la delibera finisce per investire gli uffici giudiziari del “compito immane di tutelare la reputazione dell'imputato”, impegnandoli non solo a una corretta informazione iniziale, ma anche a una successiva comunicazione reattiva e di costante aggiornamento. Un meccanismo che Rossi definisce “incredibilmente gravoso da realizzare in concreto e passibile di falle involontarie”. Gli effetti, secondo Rossi, sarebbero due: un'autocensura sulla comunicazione iniziale da parte dei procuratori pur di evitare i problemi e le insidie delle successive e obbligatorie comunicazioni di riparazione e il rischio risarcitorio, ovvero la possibilità di configurare una responsabilità civile per “colpa specifica” in capo ai dirigenti degli uffici o ai loro delegati, per via della mancata osservanza delle prescrizioni della circolare. Un quadro che per l'ala progressista configura “uno scenario inquietante che giustificherebbe un rinvio in commissione per una rimeditazione del testo”.

Al momento, tuttavia, le obiezioni convincono poco il resto del Plenum: allorché un ufficio decide di fare una comunicazione esterna, si assume automaticamente anche l'obbligo di rettificarla se le cose cambiano. Anche perché nelle linee guida non è previsto un monitoraggio d'ufficio e non si pretende che la procura passi le giornate a controllare i mass media. Di conseguenza, non ci sarebbe nessun aggravio organizzativo o metodologico ingestibile. Si tratterebbe, semplicemente, di custodire e conservare i contatti della stampa a cui è stata inviata la notizia, in modo che, in caso di richiesta di rettifica da parte dell'interessato, si sappia a chi inoltrarla. A molti, a Piazza Indipendenza, non sfugge che la gestione della comunicazione sia un aspetto delicatissimo. Nella fase delle indagini preliminari, in concomitanza con le misure cautelari, l'urgenza di tutela è massima, dal momento che quello è l'unico momento in cui la gestione dell'informazione è interamente nelle mani della procura, e una diffusione incontrollata rischia di creare un danno significativo che rimarrà per sempre impresso sui motori di ricerca. Su questo impianto, comunque, la maggioranza in Consiglio dovrebbe essere abbastanza solida. E non è passato inosservato che anche il gruppo di Area, con Francesca Abenavoli, abbia votato a favore del testo in Commissione, che ha ottenuto l'unanimità. Difficile che le toghe progressiste non avessero letto la proposta, anche perché durante i lavori in Commissione il gruppo ha suggerito delle modifiche - come quelle del consigliere Marcello Basilico - che sono state accolte. Più plausibile che il ripensamento sia dovuto all'esigenza di assecondare le lamentele dei procuratori o le reazioni della stampa di riferimento.

Per disinnescare la bomba ed evitare uno scontro frontale con i capi delle procure, Area valuta quindi un emendamento di rimodulazione che alleggerisca l'onere logistico degli uffici. Di tutt'altro avviso Bernadette Nicotra di Magistratura indipendente. Se ieri il Fatto quotidiano dava per scontata la modifica di quello che ha definito “autobavaglio”, la togata ha sgomberato il campo dalle ambiguità: “Non nel mio nome”, ha dichiarato al Dubbio, dicendosi convinta che la Settima Commissione non abbia alcuna intenzione di fare marcia indietro.

In questo scenario Unicost, la corrente che più ha sostenuto la delibera, osserva in silenzio e serra i ranghi. Il gruppo centrista preferisce attendere la discussione in plenum, ma l'atteggiamento è quello di chi ritiene che l'impianto della delibera non si tocca, in particolare per quanto riguarda l'obbligo di rettifica in caso di modifiche sostanziali delle indagini. La linea sembra chiara: chi decide di fare una comunicazione mediatica deve assumersi la responsabilità di aggiornarla se le accuse cadono, a tutela della reputazione del cittadino. Non è escluso, in apertura di discussione, un intervento del vicepresidente Fabio Pinelli. Intanto, se Area deciderà di presentare un emendamento mirato sulle ordinanze cautelari, si aprirà una trattativa al millimetro. Resta fermo il principio della maggioranza: se qualcuno vuole cambiare le carte in tavola sul diritto di rettifica, dovrà trovare i voti in aula. Ma al momento, nessuno sembra disposto a concedere scalpi.