di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 12 maggio 2020
Sempre più violenta, capillare, insensata, forcaiola e ottusa l'ingerenza del governo sull'operato della magistratura. Sempre più chiassoso e sfottente lo stravolgimento dei poteri e delle prerogative di Stato.
A colpi di decretini che traducono in necessità ed urgenza i ragli populisti dei peggiori demagoghi, si introducono norme di modifica del codice penale e dell'ordinamento penitenziario che incidono sulle libertà fondamentali e declassano il diritto alla salute a un beneficio per alcuni, i meno cattivi, quelli che la vita in qualche modo la meritano ancora.
Alla base del ragionamento, il concetto a tanti gradito che, se hai commesso reati di mafia, in carcere ci devi crepare e la tua pena è fine a sé stessa, non ha tensione rieducativa ma solo punitiva e di conforto all'umanamente comprensibile bisogno di vendetta delle vittime. Subito appresso, una ostentazione patetica di muscoli per guadagnare il titolo di anti-mafiosi doc.
E allora si stabilisce che quei detenuti malati, a rischio vita in tempi di covid-19, cui in carcere non possono essere prestate cure indifferibili, che i giudici di sorveglianza hanno mandato a casa per un periodo di tempo limitato, con provvedimenti per loro natura provvisori in attesa che li convalidi o meno l'organo collegiale, debbano essere rivalutati dopo quindici giorni e poi a cadenza mensile per stabilire se persiste una situazione di pericolo da contagio e se, nelle more, è stata trovata una struttura detentiva idonea alla cura.
Anzi, ove quest'ultima fosse disponibile prima dello scadere del termine, il giudice dovrà procedere a un riesame del precedente provvedimento immediatamente. E se il magistrato, in piena coscienza e in ossequio alla Costituzione, avesse deciso che il detenuto deve stare proprio a casa sua perché le sue condizioni di salute sono tanto gravi che la pena non può più assolvere ad alcuna funzione riabilitante?
Certo disporre la detenzione domiciliare nei confronti di un condannato per mafia non è mai semplice per un giudice che vi giunge dopo approfondita istruttoria operando una sofferta perequazione di interessi di rango primario, la salute da una parte, la sicurezza pubblica dall'altra. Ma non basta. Una legislazione insensata e farraginosa colpisce al cuore l'autonomia dei giudicanti e si traduce in un appesantimento ingestibile del loro lavoro già pressoché impossibile in tempi ordinari per una carenza endemica e strutturale di personale e di risorse.
A Milano, città funestata dal virus, i locali del tribunale di sorveglianza sono stati devastati dalle fiamme. I magistrati fanno i salti mortali per svolgere la loro delicata funzione senza poter utilizzare i loro archivi, dovendo fronteggiare la assenza della collocazione in spazi idonei e le carenze istruttorie derivate dalla distruzione di fascicoli.
Intanto devono sentire il peso opprimente di una pressione mediatica feroce che, insensibile ai diritti fondamentali, impone ai giudici la lente della terribilità che costringe a guardare al detenuto mai come a un uomo ma come al reato che ha commesso.
Il governo sfiducia la magistratura e anziché occuparsi della fatica dei giudici nell'assolvere in tempi ragionevoli al loro compito di tutela dei diritti della popolazione reclusa, introducono nuovi ostacoli e insinuano concetti sovversivi: la sicurezza prima della vita da una parte; la rivendicazione di un controllo governativo e delle procure sull'esercizio della funzione giudicante dall'altra.
Ancora, dice il nuovo decreto che il magistrato o il tribunale dovranno rivalutare i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare per ragioni di salute dopo aver acquisito i pareri delle procure antimafia richieste, sentita l'autorità sanitaria regionale. Ma come? Nel segreto della camera di consiglio? Senza alcuna interlocuzione con il difensore?
Così si sottrae ai detenuti la protezione della pienezza della giurisdizione e li si abbandona ad una centrifuga burocratica che fa poltiglia dei loro diritti umani e li si lascia a sperare che ci siano magistrati così innamorati del diritto e consapevoli della loro funzione di tutela da lasciarsi additare come superficiali e inetti o, peggio, come favoreggiatori o complici.
*Avvocato










