di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 aprile 2025
La maggioranza archivia il ddl mentre alla Camera il decreto corre veloce. Protesta unanime delle opposizioni: è uno “scippo istituzionale senza precedenti”. Mentre alla Camera il decreto Sicurezza ha preso il binario dell’altissima velocità con l’obiettivo fissato di portarlo in Aula già a maggio dopo un veloce passaggio formale nelle stazioni delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, nell’altro ramo del Parlamento, dove era previsto l’avvio dei lavori in Aula dell’equivalente ddl, i nodi vengono al pettine. Il Senato ieri ha infatti definitivamente archiviato la discussione sul ddl Sicurezza perché, come è toccato al forzista Lucio Malan ammettere nel chiedere la sospensione dei lavori, i due provvedimenti si sovrappongono. L’opposizione protesta, ma è inutile. La dem Anna Rossomando che siede alla presidenza in quel frangente non può far altro che comunicare all’assemblea il time out. I lavori sul ddl formalmente sono sospesi “fino all’esito della conversione in legge del decreto-legge di analogo contenuto”.
Dal M5S ad Avs, dal Pd ad Azione, da Iv a +Europa, le minoranze denunciano all’unisono ciò che è evidente ormai a tutti da giorni, compreso l’Onu che ha invitato il governo Meloni a ritirare un decreto con il quale, per usare le parole più usate dai senatori dell’opposizione, il “governo si appropria della funzione legislativa” compiendo uno “scippo istituzionale”, mortificando “senza precedenti” “le regole della democrazia parlamentare” e violando “i limiti posti dalla Costituzione alla decretazione d’urgenza”.
Il decreto infatti è solo un calco con piccole modifiche del ddl che - con il suo carico di 14 nuovi reati e 9 aggravanti - aveva iniziato il suo iter un anno e mezzo fa alla Camera ma che, essendo destinato alla terza lettura per le correzioni richieste dalle opposizioni e imposte dal Quirinale e dalla Ragioneria dello Stato, stava mettendo in difficoltà le capacità politiche della maggioranza parlamentare. Un provvedimento, sostiene il M5S che alla Camera ha presentato una pregiudiziale di costituzionalità, nel quale palesemente “vengano ignorati e talvolta calpestati gli articoli 2, 3, 13, 21, 25, 27, 31, 77 della Costituzione e numerosi pronunciamento della Corte Costituzionale”, come la sentenza 146 del 2024. Un’altra pregiudiziale di costituzionalità è stata sollevata dal segretario di +Europa, Riccardo Magi, che ricorda come la Consulta abbia già chiarito più volte che “senza i requisiti di necessità e urgenza, un decreto-legge è illegittimo”. Tanto più se, come in questo caso, è un modo per “forzare la mano” e aggirare le lungaggini del Parlamento, come ha candidamente ammesso lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Alla Camera, dopo un passaggio rapido nelle commissioni il 22 e 23 aprile per le audizioni, visto che il decreto deve poi passare al vaglio anche del Senato e va convertito in legge entro il 10 giugno, le questioni pregiudiziali verranno votate in Aula il 24 aprile. La forzista Augusta Montaruli (Affari costituzionali) e la leghista Ingrid Bisa (Giustizia), che erano già state relatrici per il Ddl Sicurezza, svolgeranno ora lo stesso compito per il decreto. Con loro, l’azzurro Davide Bellomo che siede nella Seconda commissione di Montecitorio. Formalità che non cancelleranno la forzatura governativa davanti alla quale, esorta il senatore del Pd Andrea Giorgis, “occorre che anche i senatori e i deputati di maggioranza reagiscano: non è solo una questione di rapporti tra maggioranza e opposizioni e di prerogative delle minoranze, ma di rispetto dei più basilari capisaldi della democrazia parlamentare”.











