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di Simona Musco

Il Dubbio, 15 maggio 2025

“L’ampia discrezionalità di cui gode il legislatore non equivale ad arbitrio” e il dl Sicurezza rischia di “incentivare”, anziché scongiurare, “il ricorso a forme di disobbedienza e contestazioni”. Ma non solo: il ricorso accentuato allo strumento penale, “declinato nelle due forme dell’inasprimento delle pene attualmente previste e dell’introduzione di nuove fattispecie di reato”, rischia di avere un impatto “sul carico di lavoro e sull’assetto organizzativo degli uffici” che “non è del tutto prevedibile” e il “sistema giudiziario non potrà non risentirne”, dal momento che solo la depenalizzazione può alleggerire il peso degli uffici. Il Csm ha approvato con 4 voti contrari (i laici di centrodestra, Eccher, Bertolini, Aimi e Bianchini) e un astenuto (l’altro laico Giuffrè) il parere della Sesta Commissione sul dl Sicurezza, anticipato ieri dal Dubbio. Un dibattito che, ancora una volta, ha avuto un sapore politico, dati i riferimenti non solo al merito del decreto, ma anche allo strumento stesso e alla scelta del Csm di dare un “parere non richiesto e nemmeno dovuto”, come sottolineato dal laico di centrodestra Felice Giuffrè.

Che ha deciso di astenersi e non di votare contro, avendo apprezzato il “lavoro dialettico” svolto in Commissione, dove “alcuni dei miei rilievi critici sono stati recepiti”. Tuttavia ha giudicato l’intervento del Csm fuori luogo: “Il superamento dei confini fissati dall’articolo 10 della legge n. 195 del 1958”, ha detto, “rischia di trasformare questo Consiglio, da organo di autogoverno, in un organo che si pone quasi come una “terza Camera”“. Secondo Giuffrè, sul piano dei presupposti del decreto- legge “è necessario evitare valutazioni che non ci spettano”, dal momento che “già svolte da altre istituzioni”. Paradossale, ha osservato, che nel parere si affermi che “il Consiglio non può intervenire”, ma poi “il Consiglio interviene”.

A suo avviso, il decreto risponde comunque a esigenze reali: “La sicurezza è il primo diritto fondamentale in uno Stato costituzionale e democratico - ha sottolineato - ed è considerata il presupposto per l’effettivo godimento dei diritti e delle libertà. E, spesso, questi diritti non riguardano noi che siamo attorno a questo tavolo, ma i cittadini più marginalizzati”. Di tono opposto il giudizio di Michele Papa, laico in quota 5 Stelle, secondo cui “l'espansione incontrollata del diritto penale simbolico finisca per snaturare la funzione stessa della legislazione, trasformandola in un mero veicolo di comunicazione mediatica incapace di incidere realmente sui fenomeni criminali e, soprattutto, di garantire il cittadino dai rischi di arbitrari interventi punitivi”.

Una posizione condivisa anche dall'Associazione italiana dei professori di diritto penale e da altri membri del Consiglio. La togata Bernadette Nicotra (Mi) ha sollevato dubbi sull’uso sistematico della decretazione d’urgenza in materia penale, sottolineando che “non solo da parte di questo governo” ma anche in passato, restano aperti interrogativi sull’effettiva necessità e urgenza degli interventi. “Che Paese stiamo diventando?”, si è chiesto retoricamente il togato di Area Tullio Morello, domanda alla quale ha risposto Giuffré: “Un Paese migliore”, ha ironizzato.

Nel dibattito è intervenuta anche Margherita Cassano, prima presidente della Corte di Cassazione, che ha richiamato la necessità di una maggiore coordinazione normativa. “Se continuano a essere emanate una pluralità di leggi spesso sullo stesso ambito di materia, in un breve arco di tempo, senza risolvere preventivamente a livello legislativo il tema del coordinamento”, ha detto, si rischiano “ricadute con effetti dirompenti sul sistema giudiziario”. Questo, secondo Cassano, potrebbe portare a una “inflazione del sistema” con l'introduzione di “decine e decine di nuovi reati”, generando “aspettative di giustizia” che il sistema non è in grado di soddisfare. Ma l’inasprimento delle pene, ha sottolineato l’indipendente Andrea Mirenda, non produce risultati: “Pene più lunghe non necessariamente dissuadono dal recidivare”, ha detto, mentre le misure alternative, come la detenzione domiciliare, mostrano un tasso di recidiva più basso.

“Ha un senso criminalizzare le manifestazioni di dissenso aumentando le pene?”, si è chiesto. La risposta, secondo Mirenda, è negativa: “Spesso si tratta di scelte simboliche, mirate solo alla captazione del consenso di una parte del corpo sociale, con rischi seri per la democrazia. Funziona come deterrente? No, o molto poco”. Ha poi aggiunto che “l’inasprimento delle pene può addirittura radicalizzare il conflitto sociale, rafforzando la determinazione dei movimenti; che esso può spingere verso forme più clandestine o violente ed aumenta inutilmente il carico giudiziario e la pressione carceraria; che, infine, può colpire anche manifestanti pacifici se le norme su cui si fonda sono vaghe o applicate in modo estensivo”.

Marco Bisogni (Unicost) ha infine richiamato l’attenzione sulle conseguenze organizzative per gli uffici giudiziari: il Csm, ha detto, ha “il dovere di analizzare le ricadute organizzative del sistema penale”, osservando che l'introduzione continua di nuove fattispecie rende difficile pianificare la gestione delle risorse e ostacola gli obiettivi di stabilità normativa richiesti dal Pnrr. A chiudere il confronto è stata Isabella Bertolini (centrodestra), che ha scelto di votare contro, abbandonando l’ipotesi di astensione: “Pensavo di astenermi - ha esordito - ma dopo questo dibattito voterò contro, perché ritengo che questo parere non fosse assolutamente necessario, non dovuto e non porta assolutamente niente di utile a quello che è un dibattito che comunque esiste anche nel Paese”.

Bertolini definito la discussione “stucchevole”, dominata da un eccesso di allarmismo: “Ogni volta che c'è un'iniziativa si parla di panpenalismo e degli uffici che non ce la fanno. C'è solo carnevale e drammatizzazione. Non diamo mai risposte positive, utili al sistema, utili ai cittadini”. Infine, ha lanciato un appello a recuperare “un ruolo che ci è dato dalla Costituzione e che dovrebbe essere di un’interlocuzione utile e necessaria in questo momento così complesso”, concludendo: “Su questo parere sono state spese energie che potevamo spendere meglio, perché non serve assolutamente a niente”.