di Concetto Vecchio e Alessandra Ziniti
La Repubblica, 23 aprile 2026
La concreta esecuzione dell’articolo sull’incentivo, una volta modificato, verrebbe demandata a un successivo decreto attuativo. Svuotare l’articolo sull’incentivo da 615 euro per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari dei loro assistiti. Metterlo su un binario morto, di fatto. Come? Cambiando sì la norma incriminata - il famigerato articolo 30 bis contenuto nel decreto sicurezza che da una settimana agita la politica italiana - ma demandandone la concreta esecuzione a un successivo decreto attuativo. Una mossa che scongiurerebbe la necessità di prevedere delle coperture economiche per il rimpatrio dei migranti. E che sterilizzerebbe quindi gli effetti del provvedimento.
È questa l’ipotesi che si sta profilando, quando mancano 48 ore alla scadenza del decreto sicurezza. Va approvato a Montecitorio definitivamente entro sabato, 25 aprile. Il Quirinale ha fatto chiaramente intendere di non voler avallare la norma sui rimpatri, che anche molti giuristi ritengono incostituzionale. Da qui la soluzione, concordata in numerose interlocuzioni, seguite all’incontro di lunedì scorso tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario a palazzo Chigi Alfredo Mantovano, di approvare il decreto sicurezza, venerdì mattina, e subito dopo, in un consiglio dei ministri fissato a Montecitorio, varare un nuovo decreto che corregge, e sostituisce, l’articolo 30 bis. E a quel punto la firma del Quirinale dovrebbe arrivare contestualmente, sui due decreti, che finirebbero in Gazzetta ufficiale insieme.
Dopo le proteste di avvocati, costituzionalisti e opposizioni - il compenso all’avvocato era riconosciuto al legale all’esito della partenza dello straniero, sancendo così una premialità da parte dello Stato alla funzione difensiva - si è deciso di estendere la platea di chi può assistere i migranti anche a Ong, partner del Viminale, cooperative, operatori dei centri di assistenza. Tutti queste figure, oltre all’avvocato, possono così favorire la procedura del rimpatrio. L’altra correzione è che la ricompensa all’avvocato arriverà anche nel caso che il migrante decidesse, all’ultimo, di non voler partire più. Questo nuovo testo però, al momento, non è arrivato al Quirinale. Ma questo sarebbe il percorso individuato. Che reca, in linea teorica, un rischio, paventato ieri in aula dal segretario di +Europa, Riccardo Magi, ovvero che “il decreto bis” possa essere anche fatto decadere. Mantenendo così in vita una norma anticostituzionale.
Il lavoro degli uffici legislativi sul decreto bis si è arenato sulle coperture finanziarie necessarie a fronte dell’inevitabile allargamento della platea delle figure la cui opera per spingere i rimpatri volontari assistita sarebbe ricompensata con un incentivo, per altro non più legato all’effettivo ritorno in patria del migrante. Non più solo avvocati, dunque, ma operatori di Ong o associazioni partner del ministero dell’Interno, dipendenti di centri di accoglienza. Tutte figure che già adesso sono potenzialmente partecipi di questo percorso gestito da personale dell’Oim,l’organizzazione internazionale delle migrazioni dell’Onu. La loro opera di intermediazione e affiancamento nell’iter di rimpatrio volontario dell’immigrato irregolare viene già retribuita con il programma finanziato da fondi europei e, in parte minore, da fondi nazionali. La strategia del governo di incentivare il ricorso ai rimpatri volontari, prevedendo un compenso ad hoc per gli avvocati chiamati ad assistere migranti irregolari o espulsi, comportava dunque un esborso aggiuntivo che, con l’allargamento della platea dei possibili intermediari, sarebbe lievitato a cifre per altro difficilmente quantificabili. Nel 2025 in Italia (fanalino di coda in Ue) solo 675 persone hanno deciso di tornare a casa volontariamente, troppo poche per il governo che vorrebbe arrivare almeno a 2.000 l’anno.











