di Antonio Leggiero*
La Ragione, 10 maggio 2022
Un uomo vissuto nell’antica Roma - passato alla storia come grande avvocato, insigne oratore e straordinario politico - soleva ripetere: “Summum ius, summa iniuria” (Il sommo diritto è somma ingiustizia).
Una vicenda sconcertante e spaventosa verificatasi in questi giorni ha riportato in auge questo aforisma, sempre valido dopo duemila anni: la vicenda di Maximiliano Cinieri. Carneade, chi era costui? Maximiliano Cinieri, 48 anni è un detenuto. Uno fra le decine di migliaia che popolano le perennemente sovraffollate carceri italiane.
Ha commesso dei reati e sta scontando il suo debito con la giustizia. Reati gravi come l’estorsione e l’usura, tuttavia non è un omicida. E anche se fosse la reincarnazione di Jack The Ripper, il discorso non cambierebbe. Cinieri è l’amaro simbolo di un sistema processual-giudiziario a tratti assurdamente paradossale e dai cinici connotati dei drammi pirandelliani.
La sua è una vicenda che normalmente ci si aspetta di leggere come avvenuta in un piccolissimo staterello dell’America Centrale tiranneggiato da qualche feroce satrapo o in uno sconosciuto Paese del Terzo mondo dove vige ancora la legge tribale. Invece è accaduta proprio qui da noi, in quella che un tempo era additata come la “culla del diritto”.
Durante la sua reclusione Cinieri ha manifestato i sintomi di una delle patologie più gravi e devastanti dei nostri tempi: la Sla. È un acronimo sinistro che fa incute terrore. Nel giro di pochi mesi questa malattia neurodegenerativa lo ha privato dell’uso delle braccia e delle gambe. Allo stato attuale non riesce a imboccarsi da solo.
In un sistema giudiziario civile dovrebbe essere scarcerato d’ufficio e posto agli arresti domiciliari o in una struttura sanitaria. Nel nostro si devono invece attivare gli avvocati, presentando istanza di scarcerazione. Una, due, tre e così via fino a perdere il conto. Nel frattempo Cinieri si consuma in carcere. Le istanze vengono sistematicamente respinte.
Ce ne vogliono ben dodici - un vero record - prima che venga accolto il suo sacrosanto diritto di tornare a casa (probabilmente a morire, prigioniero del suo corpo). Una vicenda come questa deve far riflettere. Ogni anno non si contano i convegni, le iniziative, i dibattiti, le proposte di legge sul sistema penale. Ogni governo vara una riforma.
Si parla sempre più di umanità della pena, di civiltà giuridica e di dignità anche del condannato. Cicerone, per tornare a lui, avrebbe detto “Verba volant”. Nei fatti si verificano questi obbrobri e tanti altri destinati a rimanere silenti, tragicamente silenti. Nell’indifferenza generale. *Criminologo e docente di Criminologia










