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di Valentina Stella

Il Dubbio, 18 aprile 2022

Secondo alcuni addetti ai lavori l’Associazione Nazionale dei Magistrati, decidendo per lo sciopero, vorrebbe dare dimostrazione di una prova di forza contro la politica.

Martedì alle 11 la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario approderà finalmente nell’Aula della Camera dopo aver ottenuto due giorni fa il via libera dalla Commissione Giustizia, e dopo un anno esatto dall’adozione del testo base. Mario Draghi non vuole porre la fiducia sul testo, ma si attende una dimostrazione di coscienziosità da parte della maggioranza. Stesso concetto ribadito dal sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto: “Con grande senso di responsabilità e profonda sensibilità verso una riforma necessaria e attesa, la Commissione Giustizia della Camera ha lavorato alacremente per approvare il mandato ai relatori per la riforma del Csm. Siamo pienamente nei tempi previsti”.

Per questo le forze politiche che sostengono l’esecutivo - Italia Viva a parte - starebbero valutando di non presentare emendamenti in aula il prossimo 19 aprile. Sempre Sisto ha ammesso che “non si tratta di una rivoluzione copernicana e meno che mai di interventi punitivi, ma di significativi passi avanti per far sì che gli italiani possano contare su una magistratura pienamente in sintonia con avvocatura e politica”. Non devono pensarla alla stesso i modo i magistrati, visto che solo 90 minuti dopo l’inizio dei lavori a Montecitorio, la Giunta centrale dell’Anm ha convocato una conferenza stampa presso la propria sede di Piazza Cavour per “comunicare ai giornalisti e all’opinione pubblica le ragioni di forte preoccupazione dell’Associazione riguardo i contenuti della riforma di mediazione Cartabia”.

Interverranno Giuseppe Santalucia, presidente Anm, Salvatore Casciaro, segretario generale Anm e gli altri componenti della Giunta. Non ci sarà la diretta di Radio Radicale, segno che i convocatori desiderano rispondere a tutte le sollecitazioni che arriveranno dalla platea in quanto, da quello che ci hanno raccontato in questi giorni, c’è bisogno di spiegare ai cittadini perché, nonostante il momento così difficile per il Paese, tra uscita dalla pandemia e guerra, la magistratura sarebbe pronta a scendere in piazza, provocando nuovi squilibri. Proprio l’astensione totale o parziale dei magistrati dalle proprie funzioni potrebbe essere deliberata ufficialmente nella successiva riunione del Comitato direttivo centrale. Difficile che si passi dallo step intermedio della proclamazione dello stato di agitazione.

Tuttavia è altrettanto difficile resistere alla tentazione di pensare a questa iniziativa del “sindacato delle toghe” come alla rappresentazione che ne ha dato qualche giorno fa su questo giornale Luciano Violante: ossia una reazione tesa solo a non deludere la base all’avvicinarsi delle elezioni del Consiglio superiore della magistratura. L’obiettivo sarebbe più quello di salvaguardare l’immagine interna dell’Anm con i propri iscritti anziché credere davvero di incidere sul percorso parlamentare che appare abbastanza segnato anche al Senato. Insomma l’Anm vorrebbe dare dimostrazione di una prova di forza: la politica ci vuole burocratizzare, ma noi con orgoglio ci opponiamo. Il problema è quali risultati si possono ottenere in termini concreti. Staremo a vedere.

Di tutt’altro tono le considerazioni del’ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, che rispetto alle proteste dei magistrati relative all’ipotesi che il fascicolo di performance si traduca in una “schedatura”, ha detto: “Quindici anni fa con la riforma Castelli hanno strillato allo stesso modo, evocando favori alla mafia e ai pedofili, e prospettando un regime autoritario che imbavagliava la magistratura. Si vadano a rileggere quei proclami deliranti, sono istruttivi. Poi in realtà, come sapevamo, non è cambiato nulla, anche perché quella riforma era ancor più blanda di questa. E una reazione pavloviana dei vertici dell’Anm per non perdere potere”.

Infine, sul possibile sciopero delle toghe, Nordio ha chiosato: “Spero che non lo facciano perché sarebbe illegittimo e inopportuno, farebbe perder ancor più di credibilità alla magistratura, credibilità già precipitata dopo lo scandalo Palamara. E la maggioranza dei magistrati non si merita questo epilogo triste”.