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di Dario Del Porto

La Repubblica, 24 agosto 2026

Ieri primo giorno, ma nessuna istanza. La giudice Cervo (Anm): “Legge spot”. I penalisti: “Sì alla riforma, ma da sola non basta”. Il ministro Carlo Nordio l’ha definita una riforma “epocale”, per adesso però si prospetta una falsa partenza per la legge che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcolisti di scontare ai domiciliari in comunità terapeutica le condanne residue fino a 8 anni di reclusione, quattro in caso di reati più gravi. Le nuove norme sono entrate in vigore ieri, ciò nonostante, fino al tardo pomeriggio, al tribunale di Sorveglianza di Napoli non erano state presentate istanze per ottenere il riconoscimento della misura.

Un bilancio potrà essere tracciato nei prossimi giorni. Può aver inciso la giornata estiva, ma si ragiona anche sui numeri concreti: molti detenuti si dichiarano tossicodipendenti al loro ingresso in carcere, una dipendenza effettiva e attuale viene poi riscontrata in meno della metà dei reclusi e tra questi non tutti rientrano nelle condizioni previste per accedere alla possibilità di scontare la pena ai domiciliari in comunità. Tra le toghe prevale lo scetticismo sull’efficacia della riforma. Il procuratore Nicola Gratteri, intervistato da Repubblica, ha avvertito: “Le mafie potrebbero affidare i reati più gravi a persone tossicodipendenti, favorirne l’accesso ai programmi terapeutici e presentare quei delitti come conseguenza della dipendenza”.

La giudice Paola Cervo, componente della giunta esecutiva centrale dell’Anm, che ieri era di turno al Tribunale di Sorveglianza, parla di “norma spot. Nel senso che - spiega - in concreto l’impatto non sarà numericamente apprezzabile, non raggiungerà la declamata finalità di svuotare le carceri e dunque non risolverà il problema del sovraffollamento. È una legge manifesto e anche la sua effettiva operatività è differita a quando una commissione centrale avrà deliberato le linee guida nazionali in base alle quali stabilire la correlazione tra la dipendenza e il reato”. Cautela sull’efficacia delle nuove norme anche da parte degli avvocati. “Il giudizio sulla riforma - argomenta il presidente della Camera penale, Marco Muscariello - non può che essere positivo, perché va nella direzione da sempre auspicata dai penalisti ovvero quella di consentire l’accesso alle misure alternative, soprattutto nei confronti di soggetti fragili quali sono i tossicodipendenti. Questo intervento, però - aggiunge Muscariello - non elimina le criticità che una visione “carcerocentrica” del legislatore e spesso della magistratura di sorveglianza, finisce per ampliare, anche in ragione della scarsità delle strutture presso le quali collocare questi soggetti e dei modesti investimenti a queste finalità destinati dal governo”. L’auspicio del presidente della Camera penale “è che il legislatore, ma anche la magistratura di sorveglianza, pongano al centro della loro azione il recupero del detenuto, che passa attraverso un trattamento progressivo che non si attua necessariamente in strutture detentive, perché solo l’accesso alle misure alternative, ove non ci siano casi di pericolosità sociale, riduce concretamente il rischio di recidiva e aumenta nei fatti la sicurezza dei cittadini”.

Difende l’impianto della norma il presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato Maurizio Gasparri, di Fi. “Conosco l’attenzione del procuratore Gratteri al tema delle comunità terapeutiche, così come lui conosce il mio impegno. La legge che lui ha criticato non consente scarcerazioni di massa di detenuti tossicodipendenti, ma punta a facilitare percorsi di recupero”, evidenzia, rimarcando che “non c’è alcun automatismo, ma un filtro da parte della magistratura”.

La legge prevede espressamente che i magistrati di sorveglianza debbano essere supportati nel lavoro di valutazione delle condizioni necessarie per l’applicazione delle misure dagli addetti all’ufficio del processo. A Napoli però, a fronte di 12 giudici attualmente presenti in organico, sono stati assegnati solo tre addetti, due dei quali sono attualmente in aspettativa, mentre un terzo è adibito a mansioni di cancelleria. “Aspettiamo di vedere in concreto che cosa succederà - conclude la giudice Cervo - ma temo proprio che, quando si sarà spento l’effetto annuncio, nessuno baderà più al fatto che i risultati non sono stati raggiunti”.