di Errico Novi
Il Dubbio, 22 maggio 2026
L’intenzione è buona. Ottima: offrire un alloggio a chi potrebbe ottenere i domiciliari ma non sa dove scontarli. L’attuazione è complicata. Molto. E i tempi non saranno brevissimi. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio presenta il progetto sulla detenzione differenziata in strutture esterne insieme con i due “autori materiali”, il sottosegretario Andrea Ostellari e il capo dipartimento Giustizia minorile Antonio Sangermano. Il quale ha competenza sul tema giacché il nome esteso del suo ambito è “minorile e di comunità”, e comunitarie appunto saranno le residenze in cui via Arenula confida di trasferire, entro l’anno, fra i 2.500 e i 3.000 reclusi. Si tratta di persone che abbiano ancora almeno 8 mesi di pena residua: tale sarà il periodo ordinario di permanenza previsto in questi alloggi. C’è un bando per gli enti disponibili a collaborare: il termine per le prime manifestazioni d’interesse scade il 30 maggio.
“Èsemplice”, dice il guardasigilli in apertura della conferenza stampa di ieri mattina a via Arenula che vede presenti tutte le prime linee del ministero, da Francesco Paolo Sisto e dal neo-sottosegretario Alberto Balboni al capo Gabinetto Antonio Mura, “in tanti avrebbero diritto alla misura alternativa dei domiciliari ma restano in cella perché non hanno casa”. È il dilemma che strugge da sempre giudici di Sorveglianza e Uffici per l’esecuzione penale esterna. Ma l’iniziativa ha uno spettro di potenziali beneficiari limitato da una serie di “esclusioni”, che non riguardano solo i reati ostativi. Il pregio, spiega Ostellari, “è nel contrasto della recidiva, che si riduce a pochi punti percentuali tra chi, durante la detenzione, impara un mestiere”. Ebbene, “nelle strutture esterne per i domiciliari si seguiranno percorsi rieducativi basati su tirocinio, piani professionalizzanti e attività lavorative vere e proprie”, ricorda ancora il sottosegretario leghista. Il punto è l’impatto. Alla luce del sovraffollamento-monstre schizzato a oltre 64mila anime in pena, letteralmente, e al 140 per cento di media nazionale, il progetto avrà un peso specifico limitato: la riduzione delle presenze in cella sarà inferiore al 5 per cento della popolazione attualmente detenuta. Certo, il programma consentirà la fuoriuscita dalle carceri-pollaio di alcune migliaia di reclusi a cicli di 8 mesi, appunto: come spiega Sangermano, “l’idea non è quella di una detenzione domiciliare passiva, ma di un approccio proattivo da parte del detenuto, che dovrà appunto mostrare effettiva partecipazione al percorso formativo e di reinserimento”.
Al pari dei numeri secchi, pesano però i tempi: intanto bisognerà attendere alcuni giorni per un primo censimento dei soggetti, di varia estrazione (di carattere pubblico come gli enti locali o privato come le realtà del “terzo settore”), che manifesteranno il loro interesse entro la scadenza del 30 maggio. Si dovrà verificare quindi l’adeguatezza giuridica e organizzativa di ciascuna delle strutture candidate e, come precisa, Sangermano, “entro settembre cominceranno ad esserci i primi trasferimenti” dalle carceri ai domiciliari collettivi. Ai 2.500-3.000 passaggi “si dovrebbe arrivare”, aggiunge il capo dipartimento della Giustizia di comunità, “entro l’anno”. Il che vuol dire che non potrà esserci alcun effetto sulla infernale congestione estiva dei penitenziari. Al più, la notizia che i detenuti senzatetto, in gran parte stranieri, potranno finalmente vedersi riconosciuto il diritto ai domiciliari potrebbe diffondere, nei padiglioni infuocati dei mesi più caldi, un soffio di speranza.
In ogni caso, Ostellari e Sangermano sono i primi a esprimere cautela e a riservarsi sulla valutazione dei posti che, di qui a qualche mese, saranno effettivamente disponibili. Delle strutture interessate dovrà essere accertata anche la condotta specchiata di chi ne è responsabile e non si può essere certi che si arrivi in tempi brevi a censirne i 3.000 auspicati. D’altra parte Nordio e lo stesso Ostellari ci tengono molto a specificare che “non si tratta di una liberazione lineare incondizionata, che darebbe il senso di una resa dello Stato”, per usare le parole del ministro: il riferimento è ovviamente alla proposta di legge Giachetti-Bernardini. E anche il sottosegretario leghista è attento a puntualizzare che “non è uno sconto di pena, non è un provvedimento indultivo: è un investimento di fiducia sulla capacità di adesione a un progetto formativo da parte di chi ha sbagliato”. Il governo di centrodestra non ha alcuna intenzione di mostrarsi costretto a misure deflattive, né di prediligerle. Anche se, sullo sfondo, come annuncia Nordio, resta “l’intervento per certi aspetti ancora più ambizioso, che verrà decritto la settimana prossima dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano: riguarda i detenuti tossicodipendenti, che vanno curati anziché puniti”. Nessuna particolare anticipazione, ma Ostellari conferma che il piano coincide con il ddl in via di approvazione al Senato, che il governo ha integrato due settimane fa con un corposo emendamento scritto fra via Arenula e Palazzo Chigi, e a cui Mantovano tiene molto. “Qui i numeri saranno più consistenti”, chiarisce il guardasigilli: in teoria si potrebbe arrivare ad oltre diecimila reclusi trasferiti in strutture diverse dalle carceri. In questo caso i tempi promettono di essere anche più dilatati, rispetto al piano per i domiciliari collettivi: si dovrà intanto approvare la legge, e poi corredarla dei decreti ministeriali attuativi.
Con le intenzioni, ottime, resta la direzione scelta, pure apprezzabile, al punto da suscitare il plauso del presidente Cnf Francesco Greco , a cui Nordio tiene a dare la parola durante la conferenza stampa: le domande per l’accesso ai domiciliari in strutture collettive saranno predisposte anche, se non soprattutto, dagli avvocati, e il vertice dell’istituzione forense conferma che “il ruolo del difensore non si esaurisce con la pronuncia della sentenza, ma prosegue anche nella fase dell’esecuzione penale: la persona detenuta va accompagnata in un percorso di recupero e reinserimento sociale” e “in questa prospettiva”, osserva Greco, “le strutture residenziali possono rappresentare uno strumento concreto ed efficace per favorire il ritorno alla vita produttiva, ridurre il rischio di recidiva e contribuire a una necessaria funzione deflattiva del sistema”. L’Esecutivo Meloni getta le basi per un paradigma alternativo, nell’esecuzione penale, di cui potrà avvalersi anche, se non soprattutto, il governo della prossima legislatura. Magari sarà sempre l’attuale premier a guidarlo. Nordio invece ha già detto di non pensare a una nuova stagione da ministro. Ed è anche questo a dare l’idea di un’ultima fase sul carcere che rappresenta un lascito, piuttosto della solita bandiera da piantare.











