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di Andrea Galli

Corriere della Sera, 1 agosto 2026

“Arrivato al Parco Lambro avevo paura, ma sono rimasto. Mi chiamano “pazzo”, è una virtù”. Nel 1979 fu don Verzé a volerlo a Milano, da allora il lavoro di don Antonio Mazzi è stato enorme. L’unico cruccio: “Questa salute che mi costringe a fare i tagliandi in ospedale”. Gli giravano assai spesso le balle - come da precisa sua scelta lessicale, attenzione -, e ancor più le faceva girare. Quel prefetto lì non ha energia, sentenziava, e quel sindaco oh signur!, s’arrabbiava, e la borghesia di Milano quant’è egoista, ma egoista per davvero ripeteva, quella borghesia stessa poi, afflitta dai sensi di colpa, che incrementava le donazioni staccando assegni, e la chiesa, un disastro la chiesa, sbuffava, e i preti, lasciamoli perdere i preti che fan danni, e gli insegnanti non ne parliamo, ma dove l’hanno messa la passione, domandava invero sapendo la risposta, e poi le madri e i padri, s’addolorava, che ci sono ma non ci sono, si comportano come fossero loro i figli, genitori mosci, viziati, lamentosi, elencava, ma in ogni modo, al principio e alla fine, una cosa soltanto mandava in bestia per davvero don Antonio Mazzi: “Questa salute qui che mi costringe a dei tagliandi in ospedale e a starmene fermo a casa”, e per casa s’intenda la comunità, ripeteva con la voce tuonante ormai di piuma nei tempi ultimi suoi e anche nostri, tipi così segnano epoche e lasciano solchi sull’asfalto, mica tracce su di una piccola zolla in campi di periferia.

Uno da avanguardia. A suo modo dunque un futurista. Andar veloce, veder prima. Senza spocchia però. Quando arrivò al parco Lambro, ecco, se la fece sotto. Voleva scappare. Come si dice: accettare le proprie paure. Più o meno. Intanto, per cominciare, a Milano lo volle don Luigi Maria Verzé, il fondatore del mondo San Raffaele. Era il 1979. Gli domandammo: don Verzé la convinse, come fece a farla capitolare? “Capitolare... Sarei rimasto volentieri in Veneto. Sul serio. Più e più volte, la sera, mi dicevo: “Domattina sarò a Verona, basta!”. Però don Verzé insisteva, insisteva, insisteva... Aveva costruito centri d’aggregazione per un migliaio di ragazze e ragazzi, una roba enorme, tirata su dal niente. I suoi impegni aumentarono, mi lasciò in eredità alcuni di quei centri”.

Anche la città lasciò a don Mazzi delle eredità in serie. Per strada gli puntarono un coltello alla gola per rapinarlo, se si girava a sinistra vedeva ventenni assetati di terrorismo, se si girava a destra vedeva ventenni assetati di terrorismo, intanto l’eroina diveniva epidemia, al parco Lambro giacevano insieme gli agonizzanti e i morti, quelli che blaterano della Milano devastata dal crimine, prigioniera della delinquenza specie migratoria, punto primo, già che ci siamo, se ne fregano dell’epocale disastro che s’ambienta nei boschi lombardi delle bande di spacciatori, e punto secondo ignorano cosa (ci) fosse allora: città violenta e sanguinaria, brutta, brutale, sfasciata, gonfia di rabbia, ai limiti dell’ingestibile eppure gestita da politici anziché politicanti e poveri burattini.

Con quel parco Lambro che restava simbolo, epicentro, base: droga cioé soldi, quindi ricchezze illecite pertanto faide, la devastazione sociale e antropologica, il tema del crimine.

Ora, di balordi veri, delle bestiacce, don Mazzi ne ha avuti; li ha anche gestiti, ma il verbo non gli piaceva, o meglio provocava in lui un colossale giramento di balle, tanto per cambiare registro. Tra il periodo dell’infanzia e quello dell’adolescenza, dovendo scegliere, per dire, mai c’è stata partita: meglio l’adolescenza, inquieta, incazzosa. “Sono stato così, io, ribelle nel senso totale, se c’era una regola facevo in modo di aggirarla, consapevole che ci avrei smenato”.

Don Chisciotte/don Mazzi? No, no: piuttosto, un orfano di papà. “Morì di malattia, avevo tredici mesi. È evidente che non avrei mai fatto quello che sto facendo se questo vuoto così forte non si fosse imposto come l’esigenza radicale, intensa, d’essere padre”. Questa spinta a costruire una famiglia, una comunità, una spinta all’aggregazione, a uno svolgimento della tragicomica commedia umana basata su plurimi attori. E maggior casino c’era, meglio si stava. Un po’ di sano bordello, dai.

Gli piacevano gli sport tutti a cominciare dal pallone (l’Inter), siccome nulla si faceva mancare adorava qualunque figlio di Dio ricavando soddisfazione dai birbantelli, dai briganti, dai sofferenti; l’accusavano di protagonismo e mitomania acuta, se ne fregava altamente, qualsiasi mezzo, lecito ovvio, andava esplorato pur di avere un ritorno (pubblicità, denaro, amicizie, adesioni) per le proprie comunità. Ha scritto molto, ha studiato il teatro, s’è trovato in sintonia profonda con un Papa - Bergoglio, naturale, si son somigliati, via - non concepiva l’esistenza della vacanza pur non disdegnando le camminate montane, e per quanto riguarda il mare, tra barca a vela oppure a motore potete immaginare la preferenza, netta e mai in discussione; telefonava a generali, direttori ed editori di giornali, capi della Rai, un legame profondissimo con Renato Zero; don Antonio Mazzi nacque nella stalla d’una cascina, del resto faceva meno freddo lì che altrove, era fine novembre; gli domandammo un giorno quale fosse il miglior complimento e rispose: “Pazzo”, quindi attaccò a ricordare Alda Merini e quella sua anima dolce, geniale, e folle, folle.