di Giangiacomo Schiavi
Corriere della Sera, 17 settembre 2024
Nei giorni in cui i ragazzi che sbagliano finiscono dentro, don Mazzi li porta fuori: li invita a uscire dalle prigioni vere e da quelle metaforiche, li contagia con parole che invitano all’ascolto, a lasciarsi alle spalle i rancori, le paure, la rabbia. Lo fa da sempre, il dialogo coi giovani per lui resta il viaggio, meglio se attraverso una Carovana che nel tempo è diventata un metodo, la bandiera di Exodus, comunità che nasce sulla strada con un progetto educativo itinerante, alternativo, a volte contestato perché fin troppo libero, ma dentro questa libertà, spiega il don, nascono sentimenti di amicizia, di fratellanza, di reciproco aiuto.
La Carovana è qualcosa di antico e di nuovo, è un percorso che mette alla prova, che rimanda a esodi biblici e agli antichi pellegrini o, se volete, anche ai pionieri del vecchio West: attraversa territori che sembrano praterie, luoghi di struggente bellezza, paesi e paesaggi che non si possono dimenticare. Da quarant’anni Exodus sperimenta con l’avventura la relazione educativa tra gli adolescenti mischiando storie e vite randagie, provando che c’è un altro modo per affrontare il dramma della droga e delle dipendenze. “È un viaggio di liberazione, una spinta a fare gruppo - spiega il fondatore di Exodus - e un’avventura che moltiplica le capacità di adattamento alla vita”.
Tra luglio e agosto la Carovana ha attraversato l’Italia da Milano all’Aspromonte, passando per Montecassino, la Sila e la costiera adriatica: 8 adolescenti, 15 ragazzi, 8 educatori, 3000 chilometri, 3 furgoni e un camper. La Fondazione “Progetti del cuore” ha messo a disposizione i mezzi. Irene Maglio, guida e responsabile della spedizione, racconta con passione il significato di un’esperienza educativa che ti mette alla prova e parla di giovani perduti che hanno avuto un’opportunità per ritrovarsi: “La convivenza - ammette - non è sempre facile. Ci sono gli imprevisti, le tensioni, le fragilità, ma alla fine è vincente la capacità di dare aiuto, quello che ognuno può offrire all’altro”.
“In Carovana - prosegue Maglio - si impara a non essere solo orientati sul proprio io, ma ad aprirsi agli altri e al mondo che non è sempre ostile”.
Chiunque deve avere una possibilità nella vita, spiega don Mazzi: “Hai dei talenti da coltivare? Se posso ti aiuto. Hai un sogno per il futuro? Facciamo in modo che tu possa realizzarlo”. Non ci sono confini all’immaginazione per chi si mette in viaggio e cerca di capire qualcosa di sé, magari interrogandosi sugli errori commessi, su come ha fatto a finire dalla parte sbagliata. Nelle tappe del viaggio si lavora, si fatica, si discute, si scrivono pagine di un diario che racchiude emozioni e sentimenti. Un ragazzo al rientro da questa esperienza confida nella sua pagina di essersi trovato troppe volte solo nella vita, senza amici, senza nessuno a cui appoggiarsi. Vedeva tutto nero, e la Carovana è stata un punto di luce. Un altro ammette che si può vivere e star bene senza sostanze e smartphone: “A parlare sotto le stelle ho scoperto una semplicità che non ricordavo più”. Un altro ancora si mette a nudo: “Ho sbagliato e ho fatto anche cose brutte. Ma adesso è più forte il desiderio di avere un sogno e poterlo realizzare insieme a una persona da amare”.
Secondo don Mazzi e gli educatori che negli anni si sono alternati nel viaggio, i risultati della Carovana di Exodus sono superiori ad altri interventi psicologici, comunitari. “Se eri un leader negativo ti aiutiamo a diventarlo in positivo, a convivere con le diversità, ad essere accogliente”, dice Irene Maglio. Ci sono tanti ragazzi che chiedono di essere aiutati, non di finire reclusi, dietro le sbarre. Molti di loro si portano dietro storie pesanti, dallo spaccio alla violenza, altri sono segnati da incomprensioni, genitori disarmati, adulti incapaci ed essere adulti.
Era cosi anche quarant’anni fa, ricorda don Mazzi, quando si mise in moto la prima Carovana in una Milano da bere oscurata da un tappeto di siringhe: il Parco Lambro era come un cimitero, si moriva con l’ago nel braccio. Exodus è nata così: in un posto da salvare, mettendosi dalla parte dei disperati, dei tossici, degli emarginati. Gesù, come lo interpreta don Mazzi, è il Gesù degli ultimi, degli scarti, di quelli che chiedono aiuto. Entrambi hanno scelto di stare sulla strada.
La Carovana nel 1984 fu la coraggiosa risposta all’emergenza droga, un metodo alternativo per superare la logica del carcere, quello minorile per primo. Breve preparazione degli educatori, poi partenza in bicicletta, nove mesi attraverso l’Italia, due camper al seguito e 13 ragazzi tutti dipendenti da stupefacenti. “Al ritorno, la notte di Natale, loro erano felici - ricorda il don - e noi avevamo trovato un nuovo modo di rispondere al disagio e alla domanda di aiuto di ragazzi e ragazze”. Senza misure repressive, attraverso l’avventura educativa del viaggio: un metodo che don Mazzi rilancia con forza nella confusione disarmante in cui si muovono oggi i nostri ragazzi. “Il disagio non deve restare chiuso nel lamento dei tempi difficili. Noi ascoltiamo questi giovani, camminando insieme sui sentieri da esplorare”.










