di Zita Dazzi
La Repubblica, 8 ottobre 2022
Intervista al cappellano del penitenziario minorile Beccaria: “Io li conosco molto bene e so da dove viene la loro rabbia, andavano a scuola in ciabatte e venivano derisi e discriminati”.
Don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, lei conosce molto bene due degli indagati, Baby Gang e Simba. Il primo l’hanno arrestato nella sua comunità ieri all’alba...
“Li conosco entrambi molto bene. In questo momento bisogna solo attendere che vengano accertati i fatti che vengono contestati. Già in passato Zaccaria, (Baby Gang, ndr) dopo 20 giorni è stato scarcerato perché è risultato non colpevole. Quindi per il momento posso solo esprimere il mio dispiacere, dato che l’arresto interrompe per l’ennesima volta un percorso”.
Quale percorso?
“Questi ragazzi vengono da un’infanzia traumatica, che li ha portati a vivere in contesti di fortissimo disagio, di povertà educativa oltre che economica. Zaccaria è stato più volte allontanato dai suoi affetti. A 8 anni era già in comunità. Ne ha girate dieci prima di finire al Beccaria a 15 anni, dove l’ho conosciuto io”.
Lo sta giustificando?
“No, lungi da me l’idea. Aspettiamo che la giustizia faccia il suo lavoro. Ma nella storia di questi due ragazzi l’intervento dello Stato e dei servizi sociali non c’è stato, e se c’è stato non ha sortito gli effetti attesi”.
Non sono stati seguiti quando erano piccoli?
“Zaccaria e Mohamed (Simba, ndr) raccontano la rabbia che è esplosa nelle loro canzoni, c’è il tema spietato della loro infanzia e di tutto quel che secondo loro hanno subito”.
Cioè?
“Andavano a scuola in ciabatte e venivano derisi, si sono sentiti sempre discriminati. Nel confronto con i coetanei a scuola è emersa la differenza sociale. E da lì sono arrivate le offese. Questi ricordi in carcere sono sedimentati e hanno prodotto una reazione rabbiosa contro il mondo degli adulti e delle istituzioni, avvertito come mondo che li giudica, li esclude”.
Ma loro si fidano invece di lei, che comunque è un adulto e fa anche parte di un’istituzione?
“Ho avuto l’opportunità di avere la loro fiducia perché li ho ascoltati, partendo dalle loro canzoni perché l’approccio tipico dei Servizi sociali è troppo cattedratico, quindi loro non si sono mai affidati all’autorità dei servizi. L’unica via d’accesso ai loro pensieri è stata la loro musica, da quando hanno cominciato a vivere in comunità, mi ha dato accesso alla loro vita interiore. Per questo ho un buon rapporto con loro”.
Sono però accusati di fatti gravi, fra cui una sparatoria...
“Non si riesce a evitare una serie di vissuti loro che producono scontri con gang rivali, dettati magari dall’impulsività del momento, dato che certe modalità fanno parte del loro modo molto aggressivo di rapportarsi con altri. Comunque, stanno facendo un loro percorso, sembrano a volte maturare”.
Quale futuro li aspetta?
“Finire in carcere per vecchie denunce rallenterà il loro percorso di cambiamento. Non conosco i capi di imputazione, ma se una rissa diventa motivo di carcerazione a San Vittore, penso che le conseguenze si vedranno per altri anni a seguire. Loro lo vivono come un accanimento delle istituzioni, io continuerò ad accompagnarli nel loro cammino di rinascita, senza aspettarmi cambiamenti improvvisi e redenzioni miracolose”.
Perché lei nutre fiducia che possano cambiare, dopo tanti arresti e carcerazioni?
“Chi li conosce per i reati, non li conosce da vicino per le cose belle, per i gesti generosi di cui sono capaci, come i soldi usati per aiutare tanti loro coetanei in difficoltà. Hanno valori di solidarietà dentro, anche se emergono a volte fatti che non depongono a loro favore. Lui pensava di essere autonomo e indipendente, anche perché ha soldi che guadagna con la sua musica, ora tutto si ferma”.
Ma quando sono venuti ad arrestarlo che cosa ha pensato?
“Sono rimasto molto deluso e affranto per questo ennesimo arresto. Simba si sta curando perché ha ancora postumi per un accoltellamento alla gamba di cui era rimasto vittima. Era stato appena operato, stava ricominciando a riprendersi. Penso che il carcere non sia l’ideale per non perdere la gamba destra, era uscito proprio perché le condizioni di salute sono molto precarie. Ed essendo da me agli arresti domiciliari stava rielaborando un periodo difficile”.
Il carcere non fa bene a questi ragazzi?
“La comunità sempre preferibile, anche qui ci sono mille controlli di giorno e notte. Non capisco la necessità di ricorrere al carcere, un posto dove solo c’è violenza che produce violenza, dove la pena non è affatto rieducativa. In più a San Vittore non è garantito nemmeno il diritto all’igiene. Figuriamoci se può essere un luogo di rieducazione. Ci sono stati quattro suicidi di ragazzi in quatto mesi”.
Andrà a trovarli in carcere?
“Se si potrà, certo. Cercherò di aiutarli a elaborare ancora, io non giustifico i loro comportamenti né legittimo gli errori che hanno fatto, ma devo avere uno sguardo diverso da quello del giudice. Io guardo al recupero di questi ragazzi, facendoli uscire da questa logica un po’ predatoria. Con me sono stati sempre bravissimi, mi hanno raccontato come vivono. Le loro storie raccontano di un’assenza delle loro famiglie e anche dello Stato. Li colpevolizziamo per i loro reati, ma andiamo anche alle radici e chiediamoci dove era lo Stato”.
Vengono da quartieri difficili. E’ quello il problema?
“Anche oggi in posti come San Siro ci sono interi gruppi di bambini e ragazzi di seconda e di terza generazione fondamentalmente soli, bambini piccoli a spasso nel quartiere che vedono lo spaccio, gli accoltellamenti, il sangue, bambini che raccattano i vestiti nell’immondizia. Poi ci domanderemo un giorno perché altri ragazzini commetteranno altri reati”.









