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di Giuseppe Legato

La Stampa, 27 giugno 2026

Il fondatore di Libera: “Pensare che la malavita abbia dei confini descrive un’Italia che non esiste più”. Torino, ieri, 26 giugno. Alle nove del mattino la città è già avvolta in una canicola soffocante. La famiglia del procuratore Bruno Caccia adagia un mazzo di fiori sotto una targa appesa al muro di via Sommacampagna: qui 43 anni fa - era sera - otto proiettili sparati da almeno due killer della ‘ndrangheta uccidevano un magistrato visionario che aveva capito prima di altri cosa colpire per fare male alle cosche della costa Jonica e di Platì: il portafoglio. Un delitto su cui non vi è ancora piena luce. Decenni dopo, tra toghe e divise assiepate sul marciapiede, la voce di don Luigi Ciotti rimbomba come un’eco che parla ben oltre questo dedalo di strade della pre-collina e punta a Roma dove pochi giorni fa il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato una delibera che individua 12 procure ad alta densità mafiosa. Tutte dalla Capitale in giù. Ciotti è lapidario: “Una scelta suicida, blasfema” dice. “Pensare in piccolo, oggi, guardando solo a una parte del Paese, è la sconfitta più grande che possiamo permetterci”.

 

Don Luigi cosa ci racconta la delibera del Csm perlomeno nei principi che la guidano?

“È una fotografia vecchia di una realtà che non esiste più, una lettura ferma a un’Italia che non c’è più. Le inchieste, le operazioni delle procure antimafia, le sentenze passate in giudicato, le relazioni della Dia, i dati dei rapporti di Libera raccontano da anni un’altra geografia, ben più ampia e inquietante di quella disegnata da una delibera. È una scelta “suicida” perché volge lo sguardo altrove, lontano dai problemi reali, proprio mentre le mafie si rafforzano, indisturbate, dove nessuno le sta più guardando: “suicida” non per le mafie, che ne approfittano, ma per lo Stato, che si priva degli strumenti per vederle”.

 

C’è a suo avviso, in quel documento il rischio di una semplificazione normativa che produca effetti sulla coscienza collettiva?

“C’è ed è enorme: si lancia il messaggio, indirettamente ma con la forza di un atto istituzionale, che la mafia è un problema “di altri”, di altri territori, di un altro tempo”.

 

Ha ripetuto più volte che quella del Consiglio è decisione pericolosa. Perché?

“Perché le mafie non scompaiono, si trasformano. Quando non sparano è perché guadagnano di più a non farlo: oggi si radicano nell’economia legale, nelle istituzioni, nella politica locale, in un’area grigia contigua a economia e potere, difficile da conoscere, da comprendere, da decifrare. Una norma che semplifica questa complessità disarma la coscienza collettiva, e una coscienza disarmata è il primo regalo a chi vuole restare invisibile. Dire che c’è meno densità mafiosa in un territorio dove la ‘ndrangheta ha ucciso, in un agguato, la guida della procura pur se soltanto ai fini di punteggi da assegnare ai magistrati, appare a molti quasi irricevibile. O perlomeno scarsamente comprensibile”.

 

E per lei?

“Lo trovo blasfemo, nel senso più laico e profondo della parola: un’offesa alla memoria e alla verità dei fatti. Non dimenticare Bruno Caccia significa non dimenticare che le mafie non hanno mai smesso di camminare verso nord, che la sua morte non fu un episodio isolato, un fulmine a ciel sereno, ma un avvertimento chiarissimo, scritto col sangue, che continuiamo, troppo spesso, a non voler leggere. Ricordarlo oggi, nel suo anniversario, e poi firmare una delibera che cancella quel territorio dalla mappa dell’alta densità mafiosa è una contraddizione che la coscienza civile non può accettare”.

 

Che mafia raccontano davvero al Nord le inchieste, i report, le analisi investigative? È davvero quella che “ridiscende la linea della palma” fino a Roma?

“No, è esattamente il contrario, e i numeri lo dimostrano: è la mafia che continua a salire, che investe, che abita l’economia sana, che entra negli appalti, nelle aziende, nei consigli comunali. Negli ultimi quindici anni si sono svolti nel Centro-Nord circa cento processi per mafia: non episodi isolati, ma un fenomeno strutturato e radicato. La realtà giudiziaria, documentata, racconta una presenza diffusa, capillare, ovunque ci sia profitto da fare. Con ampie collusioni e complicità. Ma attenzione: da qui non deve nascere una guerra tra procure, tra Nord e Sud, tra territori che si sentono più o meno segnati dalla presenza mafiosa. Sarebbe l’errore peggiore, perché la mafia non ha bandiera né latitudine: è una questione nazionale, e se la trasformiamo in una contesa tra territori finisce anche peggio, con tutti più deboli e più divisi”.

 

Ha detto: “Nel Paese è aumentata l’inerzia verso la presenza mafiosa”. Di cosa e di chi parliamo?

“È un macigno di ignoranza che ci rende tutti responsabili, nessuno escluso. Se arretriamo è perché non ci scandalizziamo più, e questo non è solo un arretramento normativo: è un arretramento della consapevolezza, della cultura, della capacità di indignarsi davanti all’ingiustizia. Non possiamo chiudere un occhio, perché rischiamo di chiuderli entrambi e di andare a sbattere contro le conseguenze, che saranno pesanti per tutti. Conosciamo le malattie del sistema, le abbiamo diagnosticate, eppure invece di intervenire sulle numerose cause si preferisce semplificare, nascondere il problema, limitarlo ad alcune aree. Non rassegniamoci: la rassegnazione è l’anticamera della complicità. La speranza è un dolore che non si arrende”.