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di Dora Farina

Corriere della Sera, 21 marzo 2023

Il fondatore del gruppo Abele e di Libera contro le mafie in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Chi sono le vittime di mafia? Ci sono le vittime dirette, che subiscono intimidazioni, minacce ed estorsioni. Quelle indirette, che soffrono di dipendenza da droga e giochi d’azzardo. E poi ci siamo anche noi, “perché la sottrazione di bene comune ci colpisce e impoverisce ogni giorno”. A parlare è don Luigi Ciotti. Il Corriere ha intervistato il fondatore del gruppo Abele e di Libera in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Ogni 21 marzo, in una città italiana vengono letti 1081 nomi di chi è morto ucciso dalle cosche.

Perché è importante leggere ogni anno l’elenco delle vittime?

“Perché il primo diritto di ogni persona è quello di essere chiamata per nome, cioè riconosciuta nella sua singolarità irripetibile. Un conto è esprimere un generico cordoglio per le “vittime”: delle mafie, delle guerre, della fame o della violenza di genere. Può essere un sentimento sincero, ma rimane in superficie. Se ascolti le storie invece, se chiami idealmente a te quelle persone, riesci a sentire che la loro voce ti morde la coscienza. Quel volto, quella storia, quel nome, si scavano una “tana” dentro di te, e non ti lasciano più. Ricordare è allora la nostra “prova di forza” contro la criminalità mafiosa. Perché i boss contano sull’effetto dell’abitudine, della dimenticanza, di un dolore generico e passeggero, finché non ti colpisce nei tuoi affetti più cari. Noi diciamo invece che ognuna di quelle persone ci era cara, verso ognuna ci sentiamo responsabili, ad ognuna dobbiamo un impegno, nella continuità e nella concretezza del quotidiano”.

Cinque giorni fa la notizia dal liceo Partinico per cui per Peppino Impastato sarebbe divisivo. Ma la lotta contro la mafia è divisiva?

“Certo che è divisiva! Perché divide i promotori dei diritti dai difensori dei privilegi. Chi costruisce bene comune da chi impoverisce la società attraverso la corruzione e i traffici illegali. È lo stesso discorso che sentiamo rispetto ai simboli della Resistenza al nazifascismo. Anche quelli sono accusati di “dividere”: ma allora l’Italia si divise davvero fra chi voleva un Paese libero e democratico, e chi lo accettava oppresso dalla tirannia. Pensiamo che dramma, se non fosse accaduto! In questo caso preoccupa che un’obiezione del genere arrivi da giovani studenti. L’adolescenza è l’età degli ideali: come si fa ad avere paura di schierarsi? Quasi come se la spinta a conformarsi, a somigliarsi tutti, avesse la meglio sul desiderio di pensare con la propria testa, affrontare la responsabilità e anche il rischio di scegliere. Quel rischio che Peppino Impastato, ma anche altri giovani che ricorderemo in piazza, hanno assunto a costo della vita”.

Cosa sente di dire a quei ragazzi e quelle ragazze?

“Vorrei dire loro che il “conflitto”, inteso come confronto non violento di idee, è qualcosa di sano, necessario alla democrazia. E se alcune cose dividono, altre non possono che unire chiunque voglia sentirsene parte. La lotta all’illegalità, alla corruzione e alle mafie è una di queste. Per il resto, più che dare lezioni ai giovani, da loro io cerco sempre di imparare qualcosa. Dalla loro freschezza, dalla loro curiosità e passione. I giovani si fanno tante domande, mentre gli adulti tendono a dare molte cose per scontate. Ma è proprio il dubbio il motore del cambiamento! Dal dubbio nascono la consapevolezza, la responsabilità e l’impegno. Non è un caso se, anche in Libera, la partecipazione giovanile è alla base di tante proposte creative che ci fanno sentire sempre in ricerca, sempre in cammino”.

Giovedì scorso la notizia di un naufragio con 60 morti. Lucrare sulla disperazione, chiedendo cifre esorbitanti a coloro che partono, è una pratica mafiosa?

“Sull’immigrazione lucrano le mafie in senso stretto, soprattutto le mafie straniere, e altre organizzazioni criminali che usano metodi mafiosi, organizzando i pericolosi viaggi attraverso il Mediterraneo e poi gestendo la tratta e lo sfruttamento della prostituzione. Ma attenzione: a fare profitti sulla pelle di questa gente disperata ci sono anche imprenditori e politici che con le mafie non hanno nulla a che vedere. I primi approfittano in modo spregiudicato della vulnerabilità delle persone migranti - colpa anche di leggi sbagliate - attraverso il lavoro nero o gli affitti fuori mercato. Mentre i secondi trasformano la disperazione di chi arriva in argomento di propaganda, di mero tornaconto elettorale”.

Esiste secondo lei un nesso tra mafia, disperazione e povertà?

“Esiste. Le mafie “fanno cassa” sulla disperazione figlia dell’assenza di diritti e di opportunità. La povertà, l’ignoranza, i bisogni basilari insoddisfatti - casa, lavoro, salute - rendono le persone facilmente ricattabili. E i boss a questo si affidano, più ancora che alla violenza, per ottenere il controllo dei territori. C’è una rete di “welfare” mafioso difficilissima da estirpare, che in alcune zone soppianta i servizi pubblici insufficienti. E lascia passare il messaggio che l’illegalità sia l’unica strada per ottenere cioè che legalmente diventa un’odissea. È lo stesso destino di molte persone migranti, che se potessero arrivare in Europa per vie legali eviterebbero di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli”.

Un anno fa l’arresto di Messina Denaro, quanto è cambiata la mafia da allora? Chi sono le vittime?

“Per prima cosa, la mafia non è cambiata a causa dell’arresto di Messina Denaro. La cattura di un boss è sicuramente una buona notizia, ma viene spesso enfatizzata oltre il ragionevole. E in questo caso, “non per caso”, è avvenuta quando ormai il boss era fiaccato dalla malattia, vicino a perdere il suo potere. Le mafie sono qualcosa di molto complesso e la loro forza non sta nel singolo capo, ma nel sistema di complicità esterne che le sostiene. Oggi possiamo descriverle con tre aggettivi: imprenditoriali, tecnologiche, transnazionali. Sono mafie che operano nel mondo dell’impresa, dagli appalti all’alta finanza. Sanno usare le tecnologie più raffinate e approfittano degli scambi senza intermediazioni che dominano il web. Si muovono in un contesto mondiale, anche alleandosi fra loro. E le vittime sono sia dirette - del racket, delle truffe, della tratta, delle intimidazioni e dei “regolamenti di conti” - che indirette: vittime della dipendenza da droga e gioco d’azzardo, delle armi nei conflitti, dell’inquinamento da eco-reati ecc. Ma vittime lo siamo in fondo tutti, perché la sottrazione di bene comune ci colpisce e impoverisce ogni giorno. Rende il nostro orizzonte di vita più opaco e ristretto”.

Lei non è solo don Luigi Ciotti: lei è il simbolo di un principio (la libertà) e di una lotta contro le mafie. Possiamo definire anche questa una vocazione?

“È qualcosa che per quanto mi riguarda sta dentro la vocazione al sacerdozio, ne fa parte e la completa. La dottrina sociale della Chiesa prevede espressamente che i religiosi e le religiose debbano avere un ruolo non soltanto spirituale, ma anche di impegno civile per migliorare il contesto in cui operano. E tante volte proprio a questo ci ha richiamati anche Papa Francesco. La lotta alle mafie è prima di tutto un impegno “per”: per la libertà e la dignità delle persone, che sono premessa indispensabile a una fede autentica e “succo” del messaggio evangelico. Se mafie e Vangelo sono incompatibili, non si può annunciare il Vangelo senza denunciare ciò che palesemente va contro la Parola di Dio: egoismo, violenza sopraffazione dei deboli”.

Settantotto anni di vita e 52 di sacerdozio: qual è il ricordo che ha più segnato il suo percorso o più in generale la sua vita?

“Non è possibile isolarne uno soltanto. Sono gli incontri che mi hanno cambiato la vita. Il contatto con le persone, a partire dalle più sofferenti. Perché - e torniamo da dove siamo partiti - la sofferenza dell’altro ti scuote, ti scava, ti morde. Ho iniziato dai giovani senza punti di riferimento educativi nelle periferie e nel carcere per minorenni di Torino, dalle ragazze sfruttate nella prostituzione, dalle prime vittime dell’eroina. E sempre mi sono chiesto: perché? Chi o che cosa li ha resi fragili per poi approfittare della loro fragilità? Dal tema dell’ingiustizia sociale a quello della criminalità, che sull’ingiustizia ingrassa, il passo è stato breve. E anche lì tante storie di sofferenza, di lutto. Ma dai famigliari delle vittime innocenti di mafia ho imparato che persino il dolore più grande può trasformarsi in desiderio di riscatto. Di fare qualcosa, insieme, affinché altri non debbano soffrire così”.