di Gian Paolo Ormezzano
Corriere della Sera, 24 novembre 2019
Parla il fondatore di Libera e del Gruppo Abele: "C'è una droga di cui nessuno parla, ma che produce effetti non meno devastanti: il potere". C'è la Torino buona dei santi operai (Bosco, Cafasso, Allamano...) contro diavoletti e spiritelli utili per sedute medianiche acchiappa gonzi e finte messe nere, del miracoloso Cottolengo contro la pubblicizzata beneficenza pelosa dei riccastri, del Sermig pro migranti contro il razzismo residuo (questi terroni...) o rinascente.
E del Gruppo Abele (dal 1965, primo nome Gioventù Impegnata) con oltre cinquanta attività diciamo di servizio, ergo contro gli ipocriti dell'assistenza, del bla-bla-bla del dire tanto senza fare nulla. Abele come quel buono che si sa, con il cattivo Caino che diceva "sono forse io il custode di mio fratello?", fondatore ancorché non ancora "don" Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 10 settembre 1945), famiglia operaia, all'inizio degli Anni 50 emigrata a Torino per lavoro, prima residenza il capannone del cantiere dove il padre di Luigi lavorava come muratore.
Devo passare alla prima persona, spero un bel po' singolare. Il giovane giornalista sportivo che incontra il giovane seminarista, e nasce un'amicizia forte che sta per compiere il mezzo secolo. Il giornalista che ha la prima figlia e la seconda e ha don Ciotti cioè l'amico Luigi o Gigi che gli manda in casa a fare da perfette baby sitter le ragazze strappate alla strada, alla prostituzione.
Il battesimo, padrino don Ciotti, del terzo figlio del giornalista officiato in un capannone industriale fra giovani che hanno lasciato la droga, cantano, brindano con vino rosso delle vigne di Bersellini allenatore del Torino. Forse è per tutto questo che posso fare a don Luigi Ciotti, adesso più noto in Italia come fondatore di Libera (1995) contro le mafie, un'intervista magari un po' diversa da quella quasi rituale del giornalista arrembante con e se del caso contro il personaggio celebre.
La prima domanda è preoccupata: ti voglio un bene pieno di riconoscenza e mi preoccupa la tua salute. Che ne è delle minacce di morte che accompagnano il tuo lavoro per Libera? Ti so scortatissimo, e una volta mi mettesti a parte di un piano circostanziato e terribile...
"Sono tenuto a non rendere pubblico questo risvolto del mio impegno. Posso dire che nel corso degli anni c'è stata una escalation grave ed allarmante, culminata con l'ordine di uccidermi emesso dal boss di Cosa Nostra Totò Riina, intercettato in carcere. Parlo di escalation, perché già negli anni Settanta il Gruppo Abele, impegnato anche contro le mafie della droga, riceveva minacce".
Accetteresti una carica politica?
"Me l'hanno offerta alcune volte: mai avuto dubbi a rifiutare. Politica è per un cristiano mettersi al servizio del bene comune, diretta conseguenza del servizio a Dio. Paolo VI definì la politica come "la più alta ed esigente forma di carità". Per questo nel mio piccolo ho sempre cercato di saldare Cielo e Terra, riconoscendo il volto di Cristo nei tanti "poveri cristi" incontrati nel mio cammino. Papa Francesco ha detto che la religione non esiste solo per preparare le anime al Cielo".
Cosa pensi delle Madonne e dei rosari di Salvini?
"Una bestemmia, un sacrilegio, un uso della religione offensivo, totalmente inaccettabile. Chi si professa credente e poi respinge i "poveri cristi" chiudendo porti e costruendo muri, calpesta lo spirito e l'essenza del Vangelo. Oltre che della Costituzione".
Tu, come Sandro Ciotti, celebre radiocronista, siete del Cadore: per nascita tu, per avi lui. Là c'era nel Medioevo una compagna di mercenari privi di anagrafe, per chiamarli dicevano "ehi tu" che in dialetto veneto fa "ciò-ti". Da qui compagnia dei Ciò-ti, dei Ciotti, e il vostro cognome. Una premonizione? La vocazione religiosa è una chiamata...
"Vocazione più che scegliere è essere scelti, strumenti di un disegno nel quale riconosciamo la nostra essenza. La mia la comprese il cardinale Pellegrino che, facendomi sacerdote, mi affidò come parrocchia la strada, dove Terra e Cielo spesso s'incontrano e si abbracciano".
Abbiamo un amico comune, Gianfranco Caselli, grande magistrato. Tu blando tifoso juventino assisteresti a un derby strizzato fra noi due supergranata?
"Ero ragazzo quando, inizio anni Sessanta, ho messo piede in uno stadio. Poche volte e stop. Penso che lo sport tutto e il calcio in particolare dovrebbero essere ripensati alla base, in funzione del loro valore sociale e del loro enorme potenziale educativo. Invece troppo spesso gli stadi diventano luoghi non di sport ma di insulti, di aggressione e persino d'infiltrazione mafiosa".
Liberalizzazione delle droghe leggere. A che punto siamo?
"È un tema delicato che non ammette semplificazioni. Occorre porsi il problema della domanda, non solo quello dell'offerta. Senza contare che le droghe sono già di fatto liberalizzate: il mercato è "affare" delle mafie, in concorso o lotta fra loro, secondo appunto logiche di mercato. Bisogna puntare su educazione, cultura, lavoro. Il problema della droga è quello di una società frantumata, diseguale, che deruba il futuro delle persone, ridotte a strumenti di profitto. E c'è poi una droga di cui nessuno parla, ma che produce effetti non meno devastanti: la droga del potere".
Te ne offro una dose teorica: hai a disposizione un atto di potere, e cosa fai?
"Niente. Non credo nel potere e dunque meno che mai nel potere assoluto. Credo nel costruire le cose insieme, nel noi. Bisogna liberarsi dall'io, che nel potere trova uno strumento di affermazione e di distruzione, ponendosi al di fuori ed al di sopra della vita. La vita non è in funzione dell'io, ma l'io della vita".
Guido Ceronetti scriveva che i torinesi, e tu ormai lo sei, fanno cose anche buone ma a condizione che non si sappia, per paura, nobile ma comoda, di dare disturbo. Io sono amico di Giampiero Boniperti, gloria juventina: lo dicono avaro, è generosissimo, guai se lo si sa...
"Si può vivere la propria ricchezza come un mezzo e non un fine. Come uno strumento per limitare diseguaglianze e ingiustizie sociali. Insomma è possibile non avere problemi economici ed essere generosi. Come Giampiero Boniperti".
Per non finire col calcio, come spesso a Torino accade: don Ciotti sa che io so che tanti anni fa una malattia era planata su di lui, eravamo preoccupati, lui ringrazia i medici, ma io dico che chi crede ai miracoli è autorizzato a pensarci su. D'altronde è un miracolo Libera nel Paese della supermafia, è un miracolo ormai "lungo" il Gruppo Abele, che è case, comunità, servizi di accoglienza, società editrice (due riviste, tanti libri), progetti in Africa e una sede in una vecchia fabbrica ristrutturata offerta da Gianni Agnelli, che apprezzò assai la vicinanza di don Ciotti al suo povero figlio suicida Edoardo, "fragile e profondo" secondo il sacerdote.










