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di Alessandra Ziniti

La Repubblica, 29 agosto 2022

Il prete di Andria che lavora per l’inclusione degli stranieri: “Gli immigrati si sono rivelati i più puntuali nei pagamenti. Tanto che i proprietari mi chiedono se ho ragazzi da sistemare”.

Il mudir è l’amico più amato e l’autorità più temuta. Uno scappellotto sul collo è un avvertimento, lo sguardo di ghiaccio è l’ultimo avviso prima della cacciata. Perché sulle regole non si transige: vanno rispettate, chi non ci sta è fuori. In piazza Catuma, come tutti qui ad Andria chiamano la centralissima piazza Vittorio Emanuele II, il mudir (termine che in arabo indica un potente funzionario di governo) ha il volto di don Geremia Acri, 54 anni, il sacerdote che dell’inclusione dei migranti ha fatto una missione. E ha messo a punto un sistema di accoglienza tale da far sì che, qui, i proprietari di case vuote non abbiano alcuna remora ad affittarle agli extracomunitari. Ma guai a chiamarlo prete di strada.

Don Geremia, perché non le piace essere chiamato così?

“La trovo una definizione priva di senso. Ho scoperto che esiste persino un link con i nomi dei cosiddetti preti di strada e c’è anche il mio. Io sono un uomo scelto da Dio tra gli uomini, mi batto per rendere giustizia e dignità all’umanità ai margini. La strada è quella del sacerdozio che ho trovato tardi, a 30 anni, una vocazione nata da una vita che ha conosciuto l’emarginazione”.

Perché emarginazione? Ci racconti la sua storia...

“Sono di Andria, sono cresciuto in un quartiere degradato, il “Monticelli”, dove vigeva la legge del più forte e la legalità era all’ultimo posto della scala dei valori. Un quartiere abitato da ragazzi di strada, bulli e quando credi di essere il più forte ti scopri solo e ti pervade la tristezza. Ragazzi arrabbiati, come lo ero io. Se oggi sono questo lo devo agli incontri che ho fatto, diversamente sarei diventato un delinquente pure io”.

E invece è diventato il “mudir”...

“Mi chiamano così, riconoscendomi un’autorità che è necessario esercitare. In arabo mudir è una persona importante, che si rispetta. È quello che interviene nelle controversie quando i precedenti gradini della scala gerarchica non sono stati sufficienti. È un modello sociale che abbiamo ricostruito nelle nostre case di accoglienza, prima c’è la “mamma”, poi il mediatore culturale, alla fine chi non rispetta le regole della convivenza finisce dal mudir. E lì chi sgarra è fuori”.

Questo modello di accoglienza qui ha dato grandi frutti. La gente di solito è restia ad affittare casa agli immigrati, che finiscono con il rimanere in ghetti disumani...

“Noi siamo per la gerarchia educativa, se rispetti le regole sei una persona libera. E siamo contro l’assistenzialismo, che è un mostro. I poveri fanno comodo a tutti, sono il bacino elettorale della politica, la manna degli sfruttatori. I poveri, e quindi anche gli immigrati che arrivano qui, vanno liberati con strumenti che li rendano indipendenti: la casa, il lavoro, le relazioni sociali”.

Mica facile. Lei ci riesce?

“Posso dire di sì. Naturalmente la condizione è adottare l’accoglienza per piccoli numeri. Bastano sei mesi per familiarizzare con la lingua, poi io e i miei collaboratori ci mettiamo alla ricerca di un lavoro per questi ragazzi, in campagna o nella ristorazione. Spieghiamo loro le regole, sanno che se vogliono avere una casa devono mettere da parte dei soldi perché c’è un anticipo da dare ai proprietari. La maggior parte di loro lavora seriamente e si fa apprezzare. Alla fine sono gli stessi datori di lavoro a dare ai proprietari di casa le referenze che servono. E poi c’è un meccanismo di garanzia”.

Ci spieghi come funziona...

“Diciamo ai ragazzi di girare per le strade e di fotografare i cartelli “affittasi”. Le prime volte che telefonavano la risposta era sempre “no”, ma poi i prorietari chiedevano: “Ma chi è, il ragazzo che lavora lì?”. E pian piano hanno cominciato a convincersi. I ragazzi sanno che la casa è la loro assicurazione per il futuro, hanno bisogno della residenza per lavorare, per il permesso di soggiorno. Nei primi mesi, i miei collaboratori fanno visite periodiche per assicurarsi che la casa sia tenuta bene e che siano rispettate le regole della convivenza: non si va in giro per strada a torso nudo, non si sta con le scarpe sui divani. Insomma: alla fine gli immigrati si sono rivelati i più puntuali nei pagamenti e i più attenti a tenere le case. Tanto che adesso, se qualche proprietario ha la casa sfitta, chiama me per sapere se ho qualche ragazzo da sistemare”.

Saliamo insieme a casa di John, 30 anni, nigeriano, in Italia ormai da molti anni. Ci guida per le stanze, poi sul balcone dove Felice e Maria, i vicini, lo salutano con calore. “Mi vogliono tanto bene”, sorride John. “Quello che succede qui - aggiunge don Geremia - è la dimostrazione che l’accoglienza non si fa con un tetto e un piatto”.

La maggior paret di questi immigrati è musulmana. È mai stato un problema per la loro integrazione?

“No. Ma lo sa che in quasi tutte le case ci sono crocifissi alle pareti e non li hanno mai rimossi? Anzi, qualcuno di loro, anche se musulmano, viene persino a messa. Non i maghrebini, ma i centroafricani sì. Ho chiesto loro perché e mi hanno detto che non è un problema: nel loro Paese, magari, avevano un genitore musulmano e l’altro cattolico. È un modo di partecipare anche quello. Mi lascia dire un’ultima cosa cui tengo molto?”

Prego...

“Come avrà capito, qui siamo molto severi e rigorosi. Ma io, oltre a lavorare per il diritto alla dignità di queste persone, lavoro anche per un diritto di cui non si occupa quasi nessuno: il diritto alla gioia. Anche i poveri, gli ultimi hanno diritto alla gioia. Quest’anno abbiamo affittato per due settimane una villa con piscina a Castel del Monte e li abbiamo portati in vacanza. Una piccola gioia, ma anche loro ne hanno diritto”.