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di Elisabetta Soglio

Corriere della Sera, 22 gennaio 2023

Lo storico cappellano del carcere minorile di Milano e i “suoi” giovani: “Eravamo un modello. Poi è cambiato tutto”. “È un carcere, sì, ma la filosofia non è mai stata ‘li sbatti dentro e butti via la chiave’. Piuttosto costruiamo speranze”.

Intanto ci vuole passione: “Se non vuoi bene a questi ragazzi è meglio che cambi mestiere”. E poi servono punti di riferimento autorevoli: “Se a capo delle guardie metti un ragazzo di 25 anni, difficile lo ascoltino”. Infine, bisogna sfatare i miti: “Il Beccaria è stato un modello, ora non lo è più. Ma è anche inutile piangersi addosso: bisogna ripartire e bisogna farlo restando tutti insieme”. Ecco, l’idea della rete educativa a don Gino Rigoldi, 83 anni compiuti e una testa che non smette mai di inventare progetti, piace davvero tanto. Ci ha speso una vita da prete e da cappellano dell’Istituto minorile Beccaria di Milano.

Una vita. Come comincia questa storia, don Gino?

“Comincia 51 anni fa. La struttura era appena diventata pubblica, prima era dell’Associazione nazionale Cesare Beccaria. Serviva il cappellano e mi feci avanti, accanto al direttore che si chiamava Antonio Salvatore ed era un maestro elementare. Era un educatore attento al bene dei ragazzi: si occupava anche delle mura e del personale, certo. Ma i ragazzi erano il suo pensiero fisso: li amava e sapeva anche trattarli con durezza quando serviva. C’erano gli educatori, arrivarono i primi volontari e si faceva molta attenzione anche a formare gli agenti che erano per lo più padri di famiglia. Eravamo tutti molto motivati, molto entusiasti di poter fare qualcosa per cambiare radicalmente le vite di questi giovani”.

Una esperienza solo milanese?

“Ci confrontavamo anche con altre realtà. Ho in mente la nave scuola che aveva realizzato il maestro Garaventa a Genova: caricava questi giovani e facevano i mozzi, imparando da questa metafora il rispetto delle regole, il gioco di squadra, il valore dei propri talenti. Ma è stato davvero un momento unico: ci sentivamo parte di una bella impresa collettiva, fatta di competenze e di studio oltre che di passione”.

Che ragazzi aveva davanti al Beccaria?

“All’inizio erano italiani quasi tutti del Sud: avevano alle spalle famiglie complicate, tantissima povertà e poche speranze. Noi cercavamo di proporre attività che li aiutassero a capire il valore della vita e di loro stessi come persone. La formazione professionale, la pasticceria, la falegnameria. E poi la scuola, uno snodo fondamentale per dare autentica emancipazione, e il teatro che ha aiutato davvero tanti a conoscersi, a misurarsi con le proprie capacità e le proprie fragilità”.

Comunque era un carcere. O no?

“Beh, certo. Ma la filosofia non è mai stata li sbatti dentro e butti via la chiave. Anzi facevamo attività che aprivano all’esterno: come il torneo di calcio, una esperienza importante portata avanti partecipando a un campionato del Csi, il Centro sportivo italiano. Anche se poi lì ci fu un piccolo incidente”.

Cosa accadde?

“Un ragazzo diede un pugno all’arbitro e il progetto venne sospeso. Però insomma, da lì passavano un migliaio di ragazzi ogni anno e tutto sommato la situazione è sempre rimasta sotto controllo: inoltre credo che davvero a tutti siano state offerte opportunità importanti di crescita”.

Ha tenuto contatti? Che fine hanno poi fatto una volta fuori?

“Ho tenuto contatti con tantissimi e tanti si sono costruiti vite piene. Uno adesso è un grosso imprenditore in centro Italia, uno si è laureato e oggi fa l’avvocato, un altro è un importante commerciante in Puglia. Le racconto anche questa: avevamo molti ragazzi che arrivavano da Cerignola, chissà perché. Qualche anno fa stavo facendo un viaggio e mi sono fermato lì per mangiare qualcosa: ha cominciato ad avvicinarsi uno, poi un altro, “Don Gino, don Gino, ma non mi riconosci?”. E poi si sono passati la voce e tutti volevano che andassi a salutare le mamme e qualche nonna e in ogni casa mi offrivano da mangiare e da bere. Son venuto via da Cerignola contento ma distrutto dal cibo...”.

E quello del pugno all’arbitro?

“Quando è uscito ha vissuto un po’ da me in comunità. Poi si è sposato e gli ho fatto da autista prendendo in prestito una macchina molto lussuosa perché voleva arrivare in Comune così. Gli ho anche fatto da testimone. Adesso ha quattro figli che sono dei piccoli lord e lui, dovreste vederlo: li sgrida anche se dicono mezza parolaccia, è un papà premuroso ma molto severo”.

Descrive il carcere come se fosse un paradiso. Mai problemi?

“Un paio di rivolte c’erano state, ma in poche ore arrivavamo e in due giorni tornava tutto alla normalità. Un’altra volta uno ha rubato una pistola e sparava: sono salito da lui anche se la Polizia voleva fermarmi e l’ho convinto a buttare l’arma e a farsi portare via in ambulanza”.

Questi i primissimi anni. Poi?

“Poi dagli Anni 90 sono arrivati gli stranieri: prima gli albanesi e ancora ancora si riusciva a tenere insieme il progetto. Poi sono arrivati i nordafricani e lì e cambiato tutto perché abbiamo dovuto affrontare una cultura nuova, anzi una non cultura, un vuoto totale di senso e di valore. Intendo dire che i loro Paesi di provenienza sono anche ricchi di cultura: ma da noi sono arrivati e arrivano ragazzi spesso analfabeti, prevalentemente di estrazione umilissima, da aree molto povere. E la loro cultura religiosa islamica si ferma a qualche vago rispetto di alcuni precetti, ma non sanno dare profondità. Infine, non conoscono la nostra grammatica relazionale, non sanno come rapportarsi all’interno della nostra società, e quindi rimangono intrappolati nel piccolo gruppo autoreferenziale di chi è del tutto simile a loro”.

Come sono cambiate le generazioni?

“Se i primi ragazzi erano vittime di una cultura dell’accaparramento, dell’ottenere tutto con la strada più facile che per loro erano furti e rapine, poi abbiamo dovuto fare i conti con un grandissimo isolamento dal mondo: questi giovani non avevano mai visto un computer, raramente un cellulare, non avevano mai ascoltato musica né letto un qualsiasi libro. Vite che ruotavano intorno alla sopravvivenza. E quelli che arrivano oggi, che invece il cellulare lo hanno e un po’ di musica la ascoltano, hanno però lo stesso problema di isolamento: è come se avessero una crosta che li rende impermeabili a ogni stimolo e noi dobbiamo trovare un modo per rompere quel guscio”.

Nel senso che questo è il compito del carcere?

“Non può essere solo punitivo: altrimenti scontano la condanna, escono e ci ricascano. Questi sono ragazzi intelligenti che però devono essere, diciamo così, “costruiti”. Gli devi dare stimoli, occasioni, visione di sé. Li devi aiutare a capire che la vita è più di mangiare, dormire e fare sesso. Sono ragazzi intelligenti, ma con loro è difficile anche parlare di calcio”.

Come si è spiegato l’episodio di dicembre e l’evasione?

“È stata davvero una ragazzata, una leggerezza perché è capitata l’occasione. Questi sono ragazzi semplici, non violenti: al loro posto io sarei arrabbiato e penserei di spaccare tutto. A uno mancavano quattro mesi per finire, e adesso si prenderà una seconda condanna. Sottolineerei che sono scappati per andare in famiglia o nel proprio gruppo affettivo, amicale. Non hanno progettato latitanze per organizzare nuovi crimini. Semplicemente, avevano bisogno di ritrovare quel poco di affetto indispensabile per la sopravvivenza”.

Non è troppo buono, don Gino?

“Io sto parlando di loro. Ma se mi chiede un giudizio sul contesto sono molto critico. Io non sono buono con noi adulti. L’errore è nostro e anche questo episodio ci dice che abbiamo fallito nella nostra missione formativa e che bisogna ricominciare in modo diverso”.

Lei cosa farebbe?

“Intanto serve stabilità, quella che è mancata negli ultimi 10 anni: dopo tanti turn over abbiamo una direttrice facente funzioni che è competente e appassionata. Ripartiamo da lì e rimettiamoci insieme a fare squadra, con i volontari, gli educatori, la scuola; rimotiviamo gli agenti di polizia penitenziaria, rivediamo i progetti per affascinarli, coinvolgerli, stimolarli. Solo lavorando insieme aiuteremo loro e la società a crescere”.