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di Lorenzo Cipolla

interris.it, 14 dicembre 2025

L’ispettore generale dei cappellani delle carceri don Raffaele Grimaldi riflette sul significato dell’evento giubilare dedicato alle persone detenute. Chi ha sentito chiudere dietro di sé la porta di una cella, soglia prima della quale resta la propria libertà personale, oggi attraverserà la Porta santa nella Basilica di San Pietro e la luce della speranza potrà entrare nelle carceri per illuminare il buio che le affligge. Il Giubileo dei detenuti è l’evento conclusivo dell’anno giubilare, singolare coincidenza visto che all’inizio del Giubileo papa Francesco aveva dischiuso per la prima volta una porta santa in un penitenziario, a Rebibbia.

Una celebrazione che è occasione per togliere il carcere dalla marginalità e riportarlo al centro del discorso e per ricordare che, secondo quanto prescrive l’articolo 27 della Costituzione italiana, non deve essere luogo di oppressione bensì di riscatto. L’uomo che ha perso la via e lungo il tragitto ha ferito ed è stato ferito può cambiare in meglio, anche accogliendo la Parola di Dio, che dona libertà interiore.

Qual è il significato del Giubileo dei detenuti?

“La notizia è stata una luce che ha illuminato il loro futuro. Vuol dire portare la società civile a riflettere sui problemi del carcere, che non deve essere un luogo emarginato bensì inserito nella città - e quest’ultima deve essere consapevole di questa presenza”.

Lei conosce i penitenziari da più di trent’anni. Che luogo è il carcere?

“Molti lo intendono come il posto dove le persone devono scontare la pena, l’oppressione. Per gli operatori, i cappellani, i volontari, deve essere un luogo di riscatto, dove chi è dentro può fare autocritica e riprendere in mano la propria vita per cambiarla. Le persone non devono essere né schiacciate né annullate e le attività che si fanno devono aiutare i detenuti a ricostruirsi il proprio futuro”.

La Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il carcere ci sta riuscendo.

“La sua vocazione principale è riabilitare le persone, chi sbaglia viene affidato allo Stato che deve utilizzare tutti i mezzi possibili per riuscirci. Purtroppo negli ultimi anni non è così a causa del sovraffollamento e della mancanza di personale. Spesso si fa fatica a incontrare i detenuti e ad aiutarli, per loro restare rinchiusi nelle celle a non far niente può essere deprimente”.

Come si riesce a incontrarli e aiutarli?

“Il detenuto non va emarginato o abbandonato, se prende in mano il proprio futuro seriamente può cambiare molto ed essere reinserito in società, anche se i pregiudizi nei confronti di chi è stato in carcere rappresentano un ostacolo. Nei lunghi anni di servizio come cappellano a Secondigliano ho incontrato tante persone e conosciuto tante storie. C’è chi entra, chi esce, chi si ammala, chi si toglie la vita, chi si lascia guidare e attraverso l’amicizia vive un’esperienza nuova. Ho accompagnato per diversi anni un detenuto che grazie allo studio è rinato e si è confrontato con la società. Aveva commesso gravi reati ma seguendo un percorso culturale ha compreso come vivere per il proprio futuro”.

Per la legge, chi commette un errore paga il suo debito con giustizia. La nostra società sa perdonare lo sbaglio?

“Viviamo in un mondo dove il perdono non attraversa facilmente i cuori delle persone, ma si può imparare a perdonare. Noi cristiani abbiamo l’immagine emblematica di Gesù che dice ‘Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno’. Il perdono nasce dalla consapevolezza e spesso chi commette dei reati non è consapevole, gli stessi detenuti molte volte non riescono a perdonarsi. Ma se il loro cuore li condanna, Dio è più grande del loro cuore e il perdono divino può aiutare a rialzarsi”.

Come si porta la Parola di Dio in carcere?

“Noi cappellani entriamo senza puntare il dito, per incontrare la persona ferita, persa, per fargli conoscere la misericordia di Dio. Il detenuto toccata dalla Grazia accoglie il dono. La giustizia deve sempre credere nel cambiamento dell’uomo”.

Per chi ha sentito chiudersi dietro di sé la porta di una cella, qual è il senso di attraversare la Porta santa?

“È un atto di grande libertà, non solo perché si esce dal carcere ma perché accogliere il Vangelo, accettare la Parola di Dio, dà la libertà interiore”.