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di Alessandro Pendenza

arenula70.giustizia.it, 8 novembre 2026

Che cosa significa concretamente svolgere il servizio di cappellano in carcere nel 2026 a contatto con detenuti, Polizia penitenziaria e personale civile? Lo abbiamo chiesto ad alcuni cappellani delle carceri italiane. Apre la serie don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. Dopo aver insegnato religione cattolica nelle scuole, è stato cappellano nel carcere di Secondigliano, a Napoli, per 23 anni. Nel settembre 2016 il Consiglio permanente della Cei (Conferenza episcopale italiana) lo ha nominato Ispettore generale. Lo abbiamo incontrato nella sede centrale dell’Ispettorato, in via delle Mantellate a Roma, vicino allo storico carcere di Regina Coeli. Don Grimaldi ci ha accolti nel suo ufficio mostrando gli spazi, dove è custodito un crocifisso (nelle foto di seguito) utilizzato in numerosi incontri di preghiera negli istituti di tutta Italia. 

Che cosa ha provato quando le hanno comunicato la nomina per questo incarico?

Sono rimasto senza parole. Avevo già molti impegni, il carcere, la parrocchia di San Nicola a Giugliano e la Caritas, ma non ho esitato. Ho capito che era una chiamata divina e con la vocazione sacerdotale mi sono reso disponibile, come diceva santa Teresa di Calcutta, ad andare dovunque “Lui” mi voglia.

Il servizio in carcere, per un sacerdote come per un volontario laico, è un carisma particolare?

È un carisma sintesi di tutti gli altri carismi. Serviamo una porzione di popolo di Dio: i ristretti, la Polizia penitenziaria e il personale civile.

L’attenzione dei cappellani è rivolta a tutti, quindi, non solo ai detenuti?

Assolutamente sì. Quando sono diventato ispettore generale ho fatto comprendere che i cappellani si rivolgono a tutta la struttura, anche se i detenuti hanno chiaramente un’attenzione particolare, perché sono privati della libertà personale.

Come si sceglie un cappellano?

I cappellani di ogni carcere vengono scelti dai vescovi locali, in base alle sensibilità, ma soprattutto cercando di capire la disponibilità a questo servizio. A volte, per la mancanza di sacerdoti nelle diocesi, i vescovi interpellano gli istituti religiosi.

Come si svolge il lavoro di un cappellano?

Ogni attività parte dall’obiettivo di servire la comunità carceraria nella pluralità delle modalità di sostegno: dal dialogo aperto con tutti al colloquio personale con i detenuti che lo richiedono. A livello sacramentale gli impegni sono la celebrazione dell’Eucaristia (la domenica, il sabato o in diversi giorni della settimana): molte volte il cappellano è solo in una struttura molto grande, con diverse realtà di detenuti, e a volte è chiamato a celebrare anche nei singoli reparti. Poi c’è l’aiuto materiale ed economico ai ristretti. Vorrei sottolineare però la dimensione del cappellano “uomo ecumenico”, in dialogo con altre fedi e altre religioni. Il cappellano serve tutti senza eccezioni, nessuno viene abbandonato, senza alcun intento di proselitismo. Altra funzione è favorire il raccordo tra popolazione detenuta, area trattamentale e Polizia penitenziaria, specialmente nell’organizzazione delle attività.

Papa Francesco ha chiesto una “Chiesa in uscita”. In questo senso il cappellano aspetta che il detenuto o chi lavora in carcere chieda aiuto o riesce a intercettare il disagio?

Operare in istituti di grandi dimensioni non consente al cappellano di avvicinare tutti. È ancora d’uso accogliere le richieste dei detenuti attraverso le cosiddette “domandine”, che scrivono per chiedere di parlare con gli operatori e con il cappellano. In ogni caso il cappellano può andare in tutti i reparti: non aspetta che il detenuto lo cerchi, specialmente in alcuni reparti particolari, come l’infermeria o dove ci sono isolati e malati psichiatrici. Cerchiamo di supportarli nel loro disagio, che può essere la mancanza di un rapporto con la famiglia, il bisogno materiale, la sofferenza fisica e psicologica. Raccolte e valutate queste forme di disagio, le segnaliamo anche all’area trattamentale per prevenire situazioni estreme.

In questo servizio si tocca con mano la sofferenza delle persone?

Sì, e questo ci permette di conoscere ancora di più la storia e l’intimo di uomini e donne che sono negli istituti. Siamo chiamati ad aiutare il detenuto a prendere coscienza anche del male che ha potuto commettere, senza giudicarlo, senza metterlo all’indice, senza disprezzarlo, senza ignorarlo. Come diceva don Oreste Benzi, nessun uomo va paragonato al suo errore. Mai giudicare: questo ci ha insegnato il Vangelo. Solo misericordia, perché entriamo nelle carceri per stare accanto a persone ferite, la cui dignità non va mai calpestata. Il compito della Chiesa è essere evangelicamente accanto agli ultimi, anche denunciando ciò che non va: il sovraffollamento, la mancanza di personale penitenziario, che a volte limita le nostre attività, o la chiusura di alcune direzioni di istituto che hanno paura di aprire le porte all’esterno.

Avete problemi con i detenuti di altre culture?

Cerchiamo il dialogo con questi detenuti, che spesso non conoscono le regole del carcere italiano né la nostra Costituzione. Da queste incomprensioni scaturiscono a volte le violenze che vediamo. Come cappellani cerchiamo di essere accanto anche a queste marginalità particolari: persone che soffrono per non poter avere colloqui con la famiglia e si sentono abbandonate, anche a causa della non conoscenza della lingua.

Qual è la situazione del volontariato cattolico nelle carceri?

In tutte le carceri ci sono le cappellanie, formate da cappellano, persone consacrate, diaconi e molti volontari che collaborano alle attività di catechesi e formazione. Purtroppo, il più delle volte non possiamo far entrare volontari nelle strutture per motivi di sicurezza. Quando il mondo esterno riesce a entrare in carcere, produce tanti frutti di speranza e di perdono.

In questo senso, che ruolo può avere la giustizia riparativa?

Ha una valenza pastorale significativa, perché rappresenta un nuovo modo di fare giustizia, anche se è un cammino lungo, faticoso, molte volte incompreso e difficile da praticare. Come cappellani incoraggiamo la giustizia riparativa e vogliamo essere facilitatori di questi incontri, che hanno una grande valenza educativa.

Cosa è rimasto del Giubileo dei detenuti? Cosa ha lasciato nel vostro ruolo?

Papa Francesco, con questo Giubileo, ha sottolineato la grande attenzione della Chiesa verso il mondo del carcere. L’iniziativa è stata anche una provocazione verso chi sta fuori: come i politici e le comunità cristiane. Il Giubileo ha permesso alla società civile di interrogarsi: come posso stare accanto a un detenuto che esce dal carcere? È una rivoluzione culturale.

Come definirebbe il cappellano “ideale”?

Un uomo dalle braccia aperte e dal cuore misericordioso, pronto ad aiutare gli altri e a farsi portatore di una nuova cultura dell’accoglienza e del perdono.