di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 2 agosto 2026
La storia di Matteo, assassino a 19 anni. Nel 2011 il ragazzo, oggi 34enne, ha aggredito due carabinieri dopo un rave provocando la morte di uno. “Don Mazzi è stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa”. L’ultima carezza gliel’ha restituita. “Sono andato a salutare don Antonio Mazzi”. Matteo gli ha passato una mano sul viso, come il sacerdote faceva con lui quando era giovanissimo e aveva sulle spalle una vita senza direzione e un ergastolo appena pronunciato. È stato il suo ultimo grazie. Don Mazzi, morto venerdì a 96 anni “ci ha salvato tutti e tre”, dicono insieme Matteo, sua mamma Irene Sisi e Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli rimasto ucciso.
La loro storia comincia la notte del 25 aprile 2011. Un rave in Maremma, un gruppo di adolescenti fermato ad un posto di blocco, l’alcol in corpo, la furia contro due carabinieri. Domenico Marino perde un occhio. Santarelli entra in coma e muore un anno dopo. Matteo ha 19 anni. È in carcere a Grosseto da diciotto mesi quando don Mazzi manda un operatore di Exodus a conoscerlo. Il processo per omicidio è ancora aperto. Il don decide di accoglierlo lo stesso, ottiene di farlo venire a Milano. “Mise subito in chiaro che la comunità non era uno sconto di pena ma un luogo di responsabilità - racconta Irene -. È stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa, e non solo un ragazzo che aveva sbagliato seminando dolore”.
Matteo vive già dentro Exodus al parco Lambro quando arriva la condanna all’ergastolo. Gli sembra che tutto sia finito: aveva negato la vita a un’altra persona, ora la negavano a lui. Don Mazzi lo guarda e sorride. Un sorriso breve: è soltanto un passaggio, sembra dirgli, ce la farai. Poi arriveranno San Vittore, Bollate, la pena ridotta, due lauree - la seconda in Pedagogia, 110 e lode - e infine, a distanza di quindici anni, la semilibertà.
Il lavoro di don Mazzi stava nei grandi precipizi e nei dettagli minuscoli. “A Matteo ricordava nonno Alfeo, con cui era cresciuto: burbero in apparenza ma sempre attento e presente”. Il don lo rimproverava se non faceva bene l’orto o trascurava uno dei piccoli compiti della giornata. Viveva con i ragazzi, vigilava, li conteneva: “Solo dentro i confini gli adolescenti imparano a trovare la propria creatività e sicurezza - continua Irene -. Sono stati i sorrisi inattesi del don, a salvarlo e fargli trovare se stesso. Duravano un attimo e significavano che quella cosa l’aveva fatta bene”. Irene ricorda soprattutto le cene in comunità: Matteo, Mazzi e tutti gli altri ragazzi intorno al tavolo. E i pezzi di peperoncino che il sacerdote mangiava come fossero noccioline. “La prima volta che mi vide, diede una carezza anche a me”. Ma il don non consolava nascondendo: “Non ha mai permesso a Matteo di cercare alibi. Pretendeva che guardasse in faccia il dolore che aveva provocato. Credeva che i suoi giovani fossero forti abbastanza per sopportare tanto e compiere cammini sostanziali. Credeva nella potenza rieducativa della fatica”.
Per guardare quel male, serviva incontrare chi lo aveva subito. Irene scrive una lettera a Claudia, le chiede scusa, si avvicina alla sua famiglia. “Matteo era recluso ma doveva guardare in faccia la verità, ascoltare quella sofferenza. Per questo sono diventata i suoi occhi, le sue orecchie”, spiega la mamma.
Le due donne - Irene e Claudia - si incontrano una prima volta, si abbracciano, prendono insieme il treno per Milano e vanno ad Exodus. La mamma del ragazzo che ha tolto la vita e la moglie dell’uomo cui quella vita è stata tolta imparano a stare una accanto all’altra senza cancellare nulla. Vanno anche in ospedale dove c’era, in coma, Antonio Santarelli. “Condanno ciò che ha fatto Matteo ma non lo giudico e non voglio la sua pena definitiva”, dirà Claudia. Don Mazzi offre loro le parole per nominare ciò che sta accadendo. Perdono è riduttivo.
Giustizia riparativa significa avvicinare mondi spezzati, recuperare dignità senza distribuire assoluzioni. È lui a suggerire a Irene e Claudia di portare quella esperienza anche nelle scuole. Da allora parlano con studenti, detenuti e genitori. Spiegano che aiutare un figlio non significa proteggerlo dalle sue responsabilità.
Oggi Matteo ha 34 anni, è educatore e pedagogista, scrive poesie e musiche bellissime. Insieme ad altri ha fondato un’etichetta discografica e poi una cooperativa che lavora nella comunicazione, nella musica e nell’audiovisivo. La capacità di trascinare gli altri, che da ragazzo non sapeva governare, adesso gli serve per lavorare con giovani che riconosce: hanno la stessa rabbia, lo stesso spaesamento, lo stesso bisogno di un confine. Irene e Claudia continuano a entrare nelle scuole e nelle carceri. “Don Mazzi ha salvato tre persone, non una sola”.










