di Andrea Milanesi
Corriere della Sera, 19 luglio 2024
“Sono saltate le regole non scritte, il disgregamento esterno qui si moltiplica”. Don Raffaele Sarno è un sacerdote abituato a vivere in prima linea: frequenta il carcere di Trani da oltre 35 anni, prima come volontario e poi nella veste di cappellano, dal 1999 per la sezione maschile e dal 2021 anche per quella femminile. Quando ha cominciato operava soprattutto con i detenuti di alta sicurezza: “Per quanto possa sembrare paradossale, ogni attività si svolgeva nella più assoluta tranquillità, nonostante fossero reclusi di una certa pericolosità.
Ora a Trani non si ragiona più in termini di alta o media sicurezza: sono saltate quelle che una volta venivano definite le regole “non scritte” del carcere e i detenuti sono diventati molto più arroganti, più esigenti e quella frammentarietà e quel disgregamento che ormai caratterizzano la società all’esterno si sono riversati totalmente anche all’interno. Soprattutto negli ultimi mesi ho visto comportamenti che in molti anni non si erano mai registrati: sono aumentati i casi di aggressione tra gli stessi carcerati, ma anche nei confronti degli agenti e degli operatori penitenziari (che vivono e lavorano anch’essi in situazioni altamente problematiche); e poi sconcerta la presenza di tanti giovanissimi, ragazzini di 19 e 20 anni che a volte entrano qui dentro con quell’atteggiamento un po’ navigato e strafottente di chi sembra aver vissuto chissà quali e quante esperienze nell’ambito della delinquenza”.
Don Sarno è evidentemente anche allarmato per il crescente numero dei casi di suicidio, di autolesionismo e di persone affette da problemi psichiatrici che sicuramente non possono essere affrontati adeguatamente all’interno di una struttura carceraria: “Se poi guardiamo fuori, vediamo che mancano le condizioni per un inserimento nel mondo del lavoro e che sono attesi da un contesto sociale sfaldato, frammentato, che già li ha educati negativamente alla devianza ed è pronto a favorire nuovamente il ritorno alle condotte criminali, alla recidiva”.
“Chi ha sbagliato non resti sbagliato”, ha detto Papa Francesco durante un incontro con alcuni detenuti nell’ottobre 2021, sottolineando come sia responsabilità di tutti offrire un gesto di speranza a chi risiede nell’ombra affinché possa tornare, un passo dopo l’altro, a camminare nella luce. Ed è nata proprio così l’iniziativa “Semi di tarassaco volano nell’aria”, attraverso cui il Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica e l’Ispettorato Generale dei cappellani delle carceri (sostenuti dalla Presidenza della CEI) hanno donato oltre 2.000 ventilatori a circa 30 istituti penitenziari sul territorio nazionale.
Una settantina sono arrivati alla Casa Circondariale di Trani e, come ci racconta don Raffaele, la reazione da parte dei detenuti è stato un mix di attesa, meraviglia e anche riconoscenza: “Al di là di quel po’ di alleviamento che questi ventilatori possono portare alle condizioni disagevoli date dal caldo e dal sovraffollamento che si vive nelle celle del penitenziario, si tratta sicuramente di un gesto simbolico quanto mai salutare. La stragrande maggioranza dei nostri “ospiti” ha commesso reati che riguardano il patrimonio, lo spaccio o l’estorsione, crimini che potremmo definire un po’ predatori, commessi per aumentare il proprio benessere o soddisfare i propri bisogni (e dipendenze). Qualunque iniziativa dettata dalla gratuità spiazza il detenuto e la sua mentalità manipolatoria e utilitaristica, perché si accorge che esiste chi semplicemente gli vuole stare accanto per esprimergli del bene; e poi perché al di là di tutto il male che può aver compiuto è pur sempre una “persona”, ha un valore che si vuole far emergere, perché egli stesso poi possa fare scelte diverse per la sua vita”.











