sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Rosario Di Raimondo

La Repubblica, 4 ottobre 2026

Cappellano del carcere di Busto Arsizio, dà lavoro ai carcerati e ha scritto un libro intitolato: “Nessuno nasce innocente”. L’appuntamento è alle due del pomeriggio ma il telefono squilla a vuoto. Richiama lui, poco dopo: “Scusami, domani scarcerano un ragazzo e non sa dove andare a sbattere la testa. Ero al telefono col sindaco”. Ecco il biglietto da visita di don David Maria Riboldi, 44 anni, cappellano del carcere di Busto Arsizio. Ma descriverlo così sarebbe riduttivo: oltre a dir messa, guida una cooperativa che dà lavoro ai detenuti, scrive sui giornali, partecipa ai convegni, rimbrotta i politici. I penitenziari, dice, sono “una realtà orrenda e dannosa”, e “non c’è sicurezza senza bellezza”. E senza lavoro. Se fosse ministro, come prima misura metterebbe un telefono nella cella di ogni detenuto per farlo sentire meno solo. “Nessuno nasce innocente”, ripete, e questo è il titolo del suo libro-intervista firmato con il giornalista Marco Linari.

Visto che non le piacciono le etichette, come possiamo definirla?

“Prete di galera, mi firmo così”.

È vero che nella sua rubrica ha più numeri di delinquenti che di preti?

“Ormai sì! Tutti hanno il mio numero e chiamano. Soprattutto quando sono nei guai. Io suggerisco sempre di chiamare prima. Meglio prevenire…”.

Il suo primo impatto col carcere è stato a San Vittore. Che ricordi ha?

“Come andare all’inferno e sentire l’abisso di tutte le vicende umane. Mi sentivo impotente. Ricordo gli odori, i rumori. Conobbi Pina Auriemma (condannata per l’omicidio Gucci, ndr), diventammo amici. Fu una delle prime persone a cui dissi che sarei diventato cappellano. “Delinquente come sei…”, mi rispose”.

Definisce il carcere una realtà “orrenda e dannosa”, sempre più “chiusa e incattivita”. Cosa non vediamo da fuori, al di là dei luoghi comuni?

“Non vogliamo vedere le storie, i punti di partenza ineguali nelle vicende della vita. È pieno di persone che non hanno avuto una prima chance, altro che la seconda. Stamattina è venuto da me un ragazzo: il padre in galera da quando ha 10 anni, la mamma in comunità. Non sa cos’è un Natale, non ha mai ricevuto una torta di compleanno, non è mai stato pensato. Non sa cos’è una vita normale. Ne sogna una diversa ma non conosce nemmeno il contenuto del sogno. Aiutarlo non è carità: io sto facendo un atto di giustizia, perché è ingiusto che abbia dovuto patire così tanto”.

Ogni giorno incontra detenuti sempre più giovani...

“È un dato che rileviamo, come la nostra totale impreparazione a gestire giovani che non hanno nulla da perdere. E siamo impreparati alla dimensione multietnica delle carceri del nord. Sottolineo: del nord. In Italia sette detenuti su dieci sono italiani, diciamolo ai politici rampanti”.

Un altro dramma: l’enorme presenza di persone con malattie psichiatriche...

“Ma non importa a nessuno. Le Rems sono poche: in Lombardia ce n’è una! È vero che non è facile realizzarle, ma nemmeno mettere animali in gabbia è la soluzione. La questione della salute mentale fa sentire disarmati tutti”.

Come deve cambiare il sistema?

“Penso che invece di buttare i soldi nelle galere, che generano recidiva, bisogna investire nell’inclusione, nel lavoro. Su 42 persone che in sei anni hanno lavorato per la cooperativa che ho fondato, La Valle di Ezechiele, solo una ha commesso reati. Ma faccio una fatica bestia a trovare commesse di lavoro. Eppure, in termini di sicurezza funziona più la nostra realtà che non le carceri. La sicurezza non si misura dagli arresti ma da quanta gente liberiamo con progetti di inclusione sociale che permettono a una persona di riabilitarsi”.

Lei scrive: “Non c’è sicurezza senza bellezza”...

“Sì, abbiamo bisogno di bellezza. Il carcere è un posto brutto che imbruttisce. Tener salda la propria umanità, la bellezza della propria anima, è un’opera di grande resistenza”.

Tira in ballo la politica e riflette sul fatto che i reati calano ma i detenuti aumentano...

“Un paradosso, una follia: hanno riempito le galere con la descrescita dei reati. Se aumenti le pene, le aggravanti, se usi le misure cautelari a sproposito, la gente entra in carcere anche se magari poi esce innocente”.

Davvero, se fosse ministro della Giustizia, come prima azione metterebbe un telefono in ogni cella?

“In quasi tutta Europa hanno i telefoni in cella con dei numeri autorizzati. Che problema c’è se uno può sentire la sua famiglia tutti i giorni? Serve per aiutare le persone a custodire quei pochi legami che hanno. La maggior parte di loro non è Toto Riina: non ha niente e nessuno”.

Pensa avrebbe un riflesso anche sul numero dei suicidi?

“Se alle 10 di sera sei disperato, chiami il poliziotto per avere un po’ di conforto? Non varrebbe la pena rischiare di più per salvare una vita?”.

Cosa prova davanti a un suicidio in carcere?

“Quest’anno a Busto un ragazzo buono, sorridente, si è tolto la vita. Sono andato in infermeria, gli ho chiuso gli occhi. Aveva grandi fragilità. Non doveva stare lì. Aveva bisogno di essere curato. È un dolore che segna, tramortisce, fa male. I suicidi son una delle prove che le galere non funzionano”.

Cosa fa la Valle di Ezechiele?

“È una grande esperienza di rinascita. Tempo speso nel lavoro, per una vita nuova. Facciamo digitalizzazione, ci occupiamo di database, abbiamo i terreni per coltivare i mirtilli, produciamo la birra, la “Prison beer”, abbiamo un pub e un ristorante”.

Cosa vuol dire che “nessuno nasce innocente”?

“È una delle verità più antiche custodite dalla Chiesa cattolica. L’innocenza ce la guadagniamo con le nostre scelte di libertà. Nessuno, nemmeno un bambino, nasce innocente. Nessun gesto buono mi rende buono per sempre: domani posso cadere e sbagliare. Nessun gesto malvagio mi rende cattivo per sempre: devo avere il diritto a cominciare a fare del bene”.