di Laura Tedesco
Corriere Veneto, 10 agosto 2022
Verona, ragazza morta suicida: il genitore fa denuncia. Il magistrato e la lettera: “Era fragile”. Perché il dramma di Donatella che si è tolta la vita in cella durante la notte di martedì scorso, è stato scoperto soltanto il mattino dopo, quando non si è presentata a fare colazione con le altre detenute nel carcere veronese di Montorio? Come mai nessuno si è accorto per tempo che si era lasciata morire inalando il gas dal fornelletto, se non ore dopo, quando il corpo della 27enne raggomitolata nel letto risultava ormai freddo, “in rigor mortis”?
Attanagliato da questi interrogativi che non gli danno pace da quando, una settimana fa, ha perso quella figlia che “sembrava forte ma in realtà era fragilissima” e che stava lottando con tutte le sue forze per uscire definitivamente dalla dipendenza e lasciare una volta per tutte il carcere, ieri mattina il papà di Donatella, Nevruz Hodo, si è presentato negli uffici della polizia giudiziaria di Verona. Lo ha fatto per sporgere denuncia nei confronti del carcere scaligero: il genitore, in particolare, chiede alla magistratura di accertare se sia stato fatto tutto il possibile per scongiurare la tragica fine della figlia. Vuole che sia fatta chiarezza sui quei drammatici eventi: quella notte sono stati effettuati oppure no i necessari controlli? La figlia poteva forse essere trovata e salvata in tempo?
Una denuncia, quella presentata nelle scorse ore dal padre della 27enne, che a questo punto verrà inglobata nell’inchiesta già in corso sotto il coordinamento della pm Maria Beatrice Zanotti. È stata anche effettuata l’autopsia: dai risultati che verranno depositati dai medici legali potranno arrivare altri decisivi tasselli per ricostruire con certezza i fatti.
Ieri è stato un giorno doppiamente importante per il signor Hodo, che ha anche incontrato privatamente quel giudice veronese di Sorveglianza Vincenzo Semeraro che, con la sua lettera in cui ha ammesso di “sentire di aver fallito” per la morte della 27enne, ha toccato i cuori durante la cerimonia di lunedì pomeriggio per l’ultimo saluto a Donatella. “Ho voluto scrivere le parole che sono state lette dall’altare durante il funerale e ho voluto anche abbracciare oggi (ieri, ndr) il signor Hodo perché quanto accaduto mi ha scosso profondamente, come magistrato ma soprattutto come persona - spiega il giudice Semeraro - Conoscevo Donatella da sei anni, era impossibile restare indifferenti alla sua storia. Il caso mi è stato sottoposto per la prima volta quando lei era 21enne, aveva una vicenda durissima alle spalle, le tante vicissitudini l’avevano indotta a crearsi una corazza per proteggersi.
Era arduo entrare in comunicazione con lei, si fingeva forte e inaccessibile, in realtà mi sono col tempo reso conto che era più fragile di un cristallo”. Donatella si era messa nei guai con la giustizia dopo alcuni furti di poco conto commessi per la droga: negli ultimi anni entrava e usciva da Montorio in continuazione, per lei era in arrivo a breve una misura alternativa che le avrebbe consentito di tornare dal fidanzato Leo con un affidamento terapeutico al Sert per affrancarsi una volta per tutte dalla dipendenza.
“Ci stavo lavorando personalmente - rivela il giudice Semeraro. Già a marzo le avevo fatto ottenere il trasferimento in comunità, ma poi lei si era allontanata e l’avevano riportata in carcere. Ora stavo facendo in modo di trovare una soluzione diversa dal penitenziario. La cella non era il posto per lei, aveva bisogno di sostegno soprattutto psicologico, ma il carcere non è pensato per le donne, per la loro emotività, la loro sensibilità, la loro fragilità. Abbracciando il papà di Donatella, prima, ci siamo detti entrambi sconfitti dalla sua morte: abbiamo tutti e due enormi sensi di colpa. Potevamo fare di più, parlarle di più? Starle più vicini? L’abbiamo capita fino in fondo?”.










