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di Eleonora Lombardo


La Repubblica, 4 dicembre 2020


È stata Angela, la moglie del boss, per Roberta Torre; Irma, il volto del dolore e della compostezza della vedova Matteralla nel film di Grimaldi, e poi Pinuccia, la più sensuale delle sorelle Macaluso per Emma Dante, mentre stasera, su RaiUno, presterà volto e passione civile a Caterina, la protagonista della docu-fiction "Io, una giudice popolare al maxiprocesso". Donatella Finocchiaro è oggi sicuramente l'attrice che rappresenta al cinema la donna siciliana in tutte le sue sfumature: l'intensità, il temperamento, la sensualità, l'allegria, il profondo senso del decoro e della giustizia.

Una laurea in giurisprudenza, il cinema per cercare la verità in se stessa e il desiderio di misurarsi in ruoli sempre nuovi che possano raccontare tutti gli aspetti della sua personalità. Il dolore per i teatri chiusi e due progetti importanti tra Goliarda Sapienza e Medea, la Finocchiaro è allerta su tutti i fronti.

 

Nella docu-fiction lei interpreta un personaggio che consente di vivere la storia da una prospettiva inedita, quella privata. Cosa ha imparato da questo ruolo?

"È proprio questa la bellezza della fiction, il punto di vista di una persona normale che all'improvviso viene investita da una responsabilità civile importante, che affronta con coraggio, e che coinvolge la sua sfera privata, la famiglia e i figli. Una storia che fa vedere che un cittadino può cambiare la storia. Vedere le immagini del maxiprocesso con i mafiosi in gabbia a mangiare chiodi, a sbraitare, è stato in qualche modo riconoscere che il vero teatro, l'esibizione andava in scena lì. Eppure, con il loro modo di essere questi personaggi hanno macchiato la nostra storia. Mai come dopo aver girato questo film, ho chiara la certezza che il maxiprocesso è stato solo l'inizio e che la mafia la dobbiamo combattere ogni giorno da cittadini, perché la mafia non è solo quella che spara in mezzo alla strada: la mafia è quella che uccide ogni giorno con la droga, o impossessandosi del potere politico. E in questo, da cittadini, possiamo fare molto".

 

Era giovane negli anni del maxiprocesso, ma cosa ricorda?

"Ero nel pieno dell'adolescenza, non sentivo la mafia come una cosa che poteva invadere la mia vita. Avevo i racconti di mio padre, che è sempre stato attento, di alcuni zii che lavoravano a Palermo. Ma non scorderò mai il giorno in cui la mafia ha fatto irruzione nella mia vita: quando hanno assassinato il generale Dalla Chiesa, del quale un mio zio carabiniere era buon amico. Mio zio apprese la notizia a casa mia, vederlo piangere mi ha fatto capire che la mafia non era quell'astrazione di cui ci parlavano a scuola, ma qualcosa che poteva riguardare da vicino le persone a me care. Purtroppo, qualche anno dopo lo avrei capito sulla mia pelle, il giorno in cui fecero esplodere la fabbrica di mio padre perché non aveva pagato il pizzo".

 

Come è stato lavorare al cinema con Emma Dante?

"Mi avevano detto di prove estenuanti, con una componente fisica impegnativa. Ero pronta con la tuta, ma abbiamo lavorato diversamente. Per tre settimane prima delle riprese abbiamo provato nei luoghi in cui poi avremmo girato. È stato un laboratorio teatrale perché abbiamo passato il tempo a spiarci, visto che ogni ruolo era interpretato da tre attrici diverse in tre momenti diversi della vita, dovevamo imparare ad assumere ognuna una caratteristica da ereditare o da tramandare all'altra. È stato straordinario"

 

Oltre la Dante nella sua carriera c'è stata anche Roberta Torre: nel suo destino ci sono le registe e Palermo...

"Esatto. Lavorare con Emma è stato come ritrovare la stessa magia avuta all'inizio della mia carriera con Roberta che mi ha aiutato a muovere i primi passi nel cinema; Emma 18 anni dopo mi ha fatto di nuovo sorprendere. Vorrei moltissimo lavorare in teatro con Emma Dante".

 

C'è ancora maschilismo nel mondo del cinema e del teatro?

"Diciamo che è come la mafia, abbiamo fatto dei passi avanti, ma è una battaglia da combattere ogni giorno".

 

Quali sono i ruoli che vorrebbe interpretare e che non le hanno ancora offerto?

"La cattiva in un thriller: vorrei che i registi avessero molta più fiducia negli attori e nella loro capacità di interpretare anche quei ruoli che non hanno mai vestito. Poi vorrei tornare a lavorare con Bellocchio e Crialese, e sogno Garrone, forse uno dei miei preferiti".

 

Quali sono i prossimi progetti?

"Spero, se questa situazione dolorosa dei teatri dovesse finire, di potere portare in scena "Il filo di mezzogiorno" tratto dal romanzo di Goliarda Sapienza per la regia di Mario Martone. E poi un progetto mio che è un sogno, una Medea in siciliano da mettere in scena al teatro greco di Siracusa: ma come si fa ad andare a bussare al tempio del teatro?".