di Valeria Valente
Corriere del Mezzogiorno, 8 marzo 2025
In occasione dell’8 marzo vorrei dedicare una riflessione alle 2.722 donne che stanno scontando una pena nelle strutture penitenziarie. Una condizione difficile, la loro, su cui si riflette poco e per cui, soprattutto, si fa quasi nulla. A partire dalla politica. Anche per questo, pochi giorni fa, ho partecipato alla manifestazione al fianco di Samuele Ciambriello e di tante associazioni, promossa dalla Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà. Il sovraffollamento carcerario oggi ha raggiunto il 132% (in Campania 134%) e dall’inizio del 2025 si sono registrati 54 decessi, di cui 12 suicidi certi.
È evidente che il sistema penitenziario è l’emblema del fallimento dello Stato e del tradimento dell’articolo 27 della Costituzione, come confermato dalle numerose e ripetute pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo. E in questo mondo di dimenticati e vulnerabili, le donne appaiono, come spesso accade, doppiamente colpite. Sono poche e spesso rinchiuse in spazi limitati, ricavati all’interno degli istituti maschili. E pur essendo il 4,38 % della popolazione reclusa e scontando pene più leggere, le detenute pagano in questo contesto un prezzo alto rispetto ai percorsi di reinserimento e recupero, al diritto all’igiene e alla cura. In Italia ci sono 46 “sezioni” femminili a fronte di 4 carceri femminili, di cui uno, quello di Pozzuoli, è al momento chiuso per i rischi del bradisismo. Proprio a Pozzuoli si svolgeva il prezioso lavoro delle Lazzarelle con la loro attività di torrefazione: attività interrotta a seguito del trasferimento delle donne in altri penitenziari e che, come ho avuto modo di ribadire a Irma Carpiniello, animatrice del progetto, non possiamo permettere vada persa.
Il carcere resta una struttura a misura degli uomini. In questo universo in cui le ultime fra gli ultimi pagano doppiamente, una condizione di particolare drammaticità la vivono le detenute madri, il cui numero è ancora più esiguo. L’abbiamo visto recentemente con la decisione di chiudere l’unico Icam, presidio di riferimento per il Sud, trasferendo violentemente le mamme e i bambini al Nord, per la mancanza di volontà politica di trovare una soluzione alternativa rispettosa dei diritti dei minori da parte del ministero della Giustizia. E questo mentre con il Ddl sicurezza si cancella l’obbligatorietà del differimento della pena per detenute con figli sotto un anno, aumentando il numero di madri e bambini destinati a stare dietro le sbarre. Il cattivismo politico, il cinismo umano e la miopia caratterizzano una destra che vuole continuare ad agitare la bandiera di una finta sicurezza, dimostrandosi forte soltanto con i deboli.
Che fare dunque? Fermare la deriva panpenalistica; investire nell’ammodernamento dei penitenziari, cosa ben diversa dalla costruzione di nuove carceri; prevedere risorse aggiuntive adeguate a garantire la qualità del lavoro di operatori e operatrici e della Polizia penitenziaria, e attività di recupero e reinserimento per le persone detenute; approvare misure deflattive del sovraffollamento per chi deve scontare meno di un anno di carcere e l’accesso alle misure alternative per i 19 mila che stanno scontando una pena o residuo di pena inferiore ai tre anni; aumentare videochiamate e telefonate e garantire concretamente, come indicato dalla Corte Costituzionale, il diritto all’affettività. Dobbiamo prevedere più sezioni Icam, in prospettiva però di un loro superamento con le case famiglia protette, perché sia rispettato il principio della territorialità della pena, e dobbiamo pensare di dedicare una direzione specifica del Dap alla detenzione femminile. L’impegno per un’altra e alta idea di giustizia passa per una carcerazione che attui la Costituzione. “Non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere”, diceva Voltaire. La condizione di vita che lo Stato garantisce alle persone private della libertà, infatti, è la cartina di tornasole del livello di civiltà e di democrazia di un Paese.











