di Vladimiro Polchi
La Repubblica, 7 giugno 2021
Oltre un terzo dei posti persi in Italia durante il Covid è di cittadini immigrati, in gran parte di genere femminile. Lo studio della fondazione Leone Moressa. Donna, d'origine straniera, precaria, impiegata tra commercio, alberghi e ristoranti. Eccolo l'identikit del lavoratore, o meglio della lavoratrice, più penalizzato dal Covid. Sì, perché la pandemia ha colpito duro il mercato del lavoro, si sa. Ma non l'ha fatto indiscriminatamente. Al contrario, ha fatto ogni distinzione di sorta, guardando bene alla cittadinanza e al genere dei lavoratori. Basta leggere i numeri per capirlo: sul totale dei posti persi in Italia tra il 2019 e il 2020, oltre un terzo è da attribuirsi alla componente straniera e ben un quarto alle sole donne migranti. Non solo. Tra i posti di lavoro femminili andati in fumo, le lavoratrici straniere incidono per ben il 44%.
A fotografare la crisi che colpisce il mercato del lavoro italiano è uno studio della fondazione Leone Moressa. I risultati: "A livello europeo - scrivono i ricercatori - tendenzialmente in tutti i Paesi il tasso di occupazione è diminuito di più tra gli stranieri che tra gli autoctoni: nella media Ue27, dal 2019 al 2020, il tasso di occupazione è infatti calato di 2,7 punti tra gli stranieri e di 0,6 punti tra gli autoctoni". Le crisi più significative tra i lavoratori immigrati si sono registrate in Slovacchia, Croazia, Spagna, e da noi, in Italia.
"In Italia dal 2019 al 2020 il tasso di occupazione è diminuito di 3,7 punti tra gli stranieri e di 0,6 punti tra gli autoctoni". Insomma, l'impatto della crisi Covid sui lavoratori immigrati è più che evidente. Per la prima volta, infatti, il tasso di occupazione degli stranieri (57,3%) scende al di sotto di quello degli italiani (58,2%). Non era mai successo. "Molto probabilmente - si legge nello studio - pesa il blocco dei licenziamenti, che ha protetto i posti di lavoro a tempo indeterminato, ma non quelli a scadenza maggiormente diffusi tra gli stranieri". Non è tutto.
Se è ormai risaputo che la perdita più consistente di posti di lavoro ha colpito le donne, non è stato forse sottolineato abbastanza che si tratta in buona parte di donne immigrate. "Sono le straniere ad aver pagato il dazio maggiore - conferma infatti la ricerca Moressa, basandosi su dati Istat - il numero di occupati è diminuito del 10% tra le straniere, del 1,6% tra le italiane, del 3,5% tra gli uomini stranieri e del 1,3% tra gli italiani.
Possiamo quindi sintetizzare dicendo che sia il fattore "cittadinanza", che il fattore "genere" contribuiscono ad aumentare il rischio di perdita del lavoro, evidentemente perché in quelle categorie si concentra più il precariato. Sul totale dei posti sfumati tra il 2019 e il 2020, oltre un terzo è da attribuirsi alla componente straniera e ben il 24% alle sole donne migranti. Dunque sono soprattutto le lavoratrici straniere a determinare il crollo dell'occupazione femminile complessiva, con una perdita di quasi 5 punti di tasso di occupazione. Tra i posti di lavoro femminili persi, la componente straniera incide per il 44%".
Guardando ai settori più in crisi, emerge come nell'ultimo anno i più colpiti siano stati naturalmente quelli legati al turismo (commercio, alberghi e ristoranti). E così "gli stranieri impiegati nel settore "commercio e ristorazione" sono calati di ben il 15% (contro "solo" il 4,7% degli italiani)". In tutti i settori, i lavoratori stranieri soffrono la crisi più degli italiani, con la sola eccezione dell'agricoltura: qui infatti sono aumentati, seppur di poco (+1,4%). "Viste queste dinamiche, il settore oggi con la maggiore incidenza straniera è proprio l'agricoltura (18,4%), seguita dall'edilizia (17,1%)".
E ancora: guardando alla tipologia di contratto, emerge come gli stranieri rappresentino oggi il 15,6% tra i dipendenti a tempo determinato, il 10,9% tra quelli a tempo indeterminato e il 5,6% tra gli autonomi. In tutte e tre le categorie, anche in tal caso, la crisi ha colpito più i migranti che gli italiani. Tra i dipendenti a tempo determinato, si è registrato un calo del 12,4% tra gli italiani e del 14,6% tra gli stranieri. Tra i dipendenti a tempo indeterminato, invece, gli italiani sono addirittura aumentati (dell'1,1%), mentre i migranti sono diminuiti (del 3,4%). Ancora più netta la differenza tra gli autonomi: 2,5% in meno per gli italiani, 9,2% per gli stranieri. Insomma, concludono i ricercatori, "la crisi Covid ha colpito tutti duramente, ma ha penalizzato di più i lavoratori precari, e dunque gli stranieri, o meglio le lavoratrici straniere".











