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di Linda Laura Sabbadini

La Stampa, 25 gennaio 2023

La riforma Cartabia deve essere modificata su una questione molto importante. In presenza di violenza domestica non deve essere applicata la giustizia riparativa, nessuna forma di mediazione familiare o conciliazione. Lo raccomanda la Convenzione di Istanbul.

Secondo la definizione dell’Onu, la giustizia riparativa è “ogni procedimento nel quale la vittima e colui che ha commesso il reato partecipano insieme attivamente alla risoluzione delle questioni sorte con l’illecito penale, generalmente con l’aiuto di un facilitatore”. In sostanza con la mediazione reo-vittima. Per poter negoziare, è imprescindibile che le due parti siano sostanzialmente sullo stesso piano.

Nella relazione non deve evidenziarsi una posizione dominante che possa creare uno stato di sottomissione e paura nell’altra, e che non permetta di essere liberi nello stesso modo e contribuire in serenità all’identificazione di decisioni comuni.

La Convenzione di Istanbul all’art. 48 vieta la mediazione familiare in caso di violenza domestica ed anche il ricorso ad altri procedimenti come la conciliazione. Non è un caso che la stessa Convenzione abbia escluso per la violenza domestica questo tipo di attività, pur prevista per gli altri reati. Perché significa mettere a rischio la vita di donne e bimbi coinvolti.

La giustizia riparativa si pone l’obiettivo di riconoscere anche l’interesse della vittima che nel caso della donna (e sono pochissime) che denuncia il padre dei propri figli è solo quello dell’immediata protezione e messa in sicurezza sua e dei propri figli che ancora oggi, nonostante sia un obbligo per lo Stato e nonostante le condanne della Cedu contro l’Italia, non vengono assicurate. Altro che mediazione o conciliazione! In questi casi deve essere escluso qualsiasi contatto tra vittima e imputato, per evitare la vittimizzazione secondaria, come dice la Convenzione di Istanbul. Le donne dei centri antiviolenza si stanno mobilitando.

L’associazione Differenza Donna ha denunciato con forza i pericoli che corriamo e ha chiesto anche l’apertura di un tavolo su questo con urgenza. Colgo l’occasione per sottolineare un altro aspetto di grande rilevanza. Le inchieste condotte dalla Commissione Femminicidio sulla formazione degli operatori hanno evidenziato una grave carenza trasversale sul fronte delle competenze sulla violenza di genere. Abbiamo bisogno di una specializzazione obbligatoria per tutti gli operatori di giustizia e tutti gli operatori che affrontano questo tema che spesso non hanno idea della differenza tra conflittualità e violenza domestica.

Non riconoscere la specificità e la peculiarità di questi reati che si caratterizzano per la radice culturale che li sottendono, così come evidenziato dalle norme sovranazionali, significa ignorare il problema della violenza domestica, che rappresenta la forma più diffusa di violenza di genere. La Convenzione di Istanbul e tutte le norme internazionali richiedono di garantire un’elevata specializzazione ed esperienza delle figure professionali che operano per conto dello Stato in materia di violenza di genere. Senza una formazione specifica si rischia di favorire anche inconsapevolmente l’uomo violento e la possibilità di riproposizione delle violenze ai danni delle donne. Mettiamo in atto realmente la Convenzione di Istanbul! È un atto dovuto alle donne da non rinviare.