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di Ilaria Beretta

Avvenire, 3 ottobre 2024

Nelle strutture si contano 11 donne incinte e 23 mamme con bimbi. I numeri rischiano di aumentare. Da quattro anni a San Vittore non c’è un ginecologo. I concorsi pubblici si aprono e si chiudono senza che nessuno faccia domanda per lavorarci e così le 81 donne che attualmente sono detenute nella sezione femminile del penitenziario milanese ne devono fare a meno e si accontentano del supporto del medico di base del reparto che, in mancanza, ne fa le veci. Tra loro ci sono anche donne in gravidanza - al 30 giugno, in tutta Italia, erano 11 - oppure che hanno partorito da poco e che, con i loro bambini, abitano nell’istituto a custodia attenuata per madri (Icam) detenute con figli minori di sei anni. In Italia ne esistono quattro.

Nella struttura protetta milanese la capienza è diminuita molto dopo il Covid e pure oggi non è al completo: vi abitano sei donne con sette bambini. In totale, in Italia - secondo quanto rilevato dai dati del Ministero dello scorso giugno - le detenute madri con figli sono 23 ma le associazioni avvertono che le presenze potrebbero aumentare con l’approvazione del cosiddetto Ddl sicurezza, che rende facoltativo l’attuale obbligo di rinvio della pena per le donne in gravidanza e le madri con figli al di sotto di un anno.

Per incontrare il medico specialista, dall’Icam di San Vittore - una sorta di grande appartamento con agenti in borghese e spazi in comune, che non assomiglia a un carcere - le pazienti devono raggiungere e varcare il portone del penitenziario centrale: l’operazione deve essere organizzata con anticipo sia per la distanza che intercorre tra le due strutture sia perché gli agenti penitenziari che devono scortarle sono sotto organico. Qualche volta, per semplificare le cose, sono i medici di San Vittore o sanitari volontari ad andare in struttura ma all’Icam manca uno spazio per le visite e lo specialista non può contare su molta privacy né sul supporto di un infermiere.

L’accesso a metà alla sanità delle detenute negli Icam - che nel carcere tradizionale è invece tutto sommato semplice - è uno dei motivi che spinge alcune tra quelle che ne hanno la possibilità, a mandare i figli a casa con il padre (una scelta più semplice soprattutto per le donne rom, i cui nuclei familiari sono organizzati intorno ai parenti dell’uomo) e tornano in una cella tradizionale, pur di accedere liberamente alle cure.

Questo è un aspetto fondamentale per i reclusi malati o in una condizione di fragilità ma anche per tutti gli altri che - dice chi lavora nell’ambiente - tendono a somatizzare molto la condizione di grave disagio psicologico legato alla reclusione. Nonostante la presenza femminile nelle carceri italiane sia assolutamente minoritaria (tra il 4 e il 5% della popolazione ristretta) la mancanza di una sanità specializzata al femminile si fa sentire.

A marzo 2024 una ragazza incinta ristretta nel carcere di Sollicciano a Firenze ha perso il bambino a causa di complicazioni legate alla gravidanza; la stessa cosa era accaduto a luglio 2022 proprio nell’istituto milanese di San Vittore e nel marzo 2019 a Pozzuoli; mentre nel reparto femminile di Rebibbia, nell’agosto 2021, una donna ha partorito improvvisamente nella propria cella con il solo aiuto della compagna di stanza. L’istituto di pena è dotato di un reparto nido che attualmente ospita 3 madri con figli ed è dotato di uno spazio per le famiglie.

Anche qui, però, non mancano le criticità legate a un corretto sviluppo per i bambini reclusi, aggravate da difficoltà logistiche: le famiglie dall’esterno non possono portare quadernoni, colori, matite ai piccoli e - dice l’ultimo rapporto dei detenuti del Lazio - nemmeno troppe fotografie di figli che magari sono all’esterno: ogni donna può averne solo dieci e per riceverne di nuove, deve rinunciare e mandarne fuori altre.