sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ivana Barberini

trendsanita.it, 25 maggio 2026

Lucia Castellano (Provveditrice Amministrazione penitenziaria della Calabria): “Quello che manca è un pensiero globale al femminile”. In Italia le donne detenute sono poche (poco sopra il 4% del totale della popolazione detenuta), ma proprio per questo rischiano di restare invisibili. Sono una quota minima della popolazione carceraria ma vivono in un sistema penitenziario progettato quasi interamente sulle esigenze degli uomini. Le carceri, gli spazi, i servizi sanitari, le attività formative e lavorative, fino alle stesse regole organizzative, continuano, infatti, a riflettere un modello “declinato al maschile”, che fatica a riconoscere bisogni specifici come la maternità, il rapporto con i figli, la salute ginecologica, la prevenzione oncologica e il diritto all’affettività.

È questa una delle conclusioni più significative del Primo Rapporto sulle donne detenute in Italia realizzato da Antigone, un lavoro che per la prima volta ha visitato in modo sistematico tutte le realtà detentive femminili del Paese.

La detenzione femminile potrebbe diventare un laboratorio di innovazione per ripensare il carcere nel suo complesso. Le donne detenute presentano infatti, in generale, una minore pericolosità penitenziaria e un più basso “spessore criminale”, caratteristiche che renderebbero possibile un modello più aperto, orientato alla relazione con il territorio, al lavoro, alla formazione e alle misure alternative. Accanto agli aspetti strutturali, emergono anche bisogni specifici spesso trascurati: il rapporto con i figli, la maternità, la prevenzione oncologica, la salute ginecologica, la disponibilità di prodotti per l’igiene femminile e, più in generale, il diritto all’affettività e alla cura del corpo.

La testimonianza della Dottoressa Lucia Castellano, Provveditrice regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, intervistata da TrendSanità, offre uno sguardo concreto su queste criticità e sulle possibili soluzioni. Dall’affettività alle madri detenute, dalla salute femminile alla necessità di un vero “pensiero al femminile” nel sistema penitenziario, emerge il ritratto di una realtà ancora poco conosciuta, ma che potrebbe indicare una strada nuova per rendere il carcere più umano e più aderente ai diritti fondamentali delle persone.

 

La detenzione femminile resta spesso ai margini del dibattito pubblico. Quali sono le principali differenze rispetto al carcere maschile?

“La prima differenza è numerica. Le donne sono una strettissima minoranza, non sono più di tremila, più o meno, su circa 64mila detenuti. C’è quindi una sproporzione numerica che fa sì che tutto sia pensato al maschile. Un po’ per i numeri, un po’ perché tradizionalmente negli istituti penitenziari finiscono molto più gli uomini che le donne. Un altro dato importante è che gli istituti penitenziari interamente dedicati alle donne sono pochissimi. Per il resto, nella gran parte dei casi, le donne stanno in sezioni femminili annesse alle carceri maschili, una specie di carcere nel carcere. La relativa facilità con cui si organizza un’offerta culturale, formativa, scolastica o universitaria per gli uomini non c’è per le donne. In un carcere maschile con una sezione femminile, fai fatica a organizzare la scuola, ad esempio, perché magari non c’è un numero sufficiente di partecipanti, o a mandare le donne in un laboratorio dove ci sono anche gli uomini. Quindi o crei occasioni solo per loro, che però sono poche, oppure rischiano di restare escluse. Bisogna evitare la promiscuità e gli incontri considerati a rischio. Non declinerei poi necessariamente le opportunità di lavoro al femminile. Penso invece che il punto vero, il punto dolente, sia l’affettività. Più che il lavoro, la sfera davvero peculiare riguarda il rapporto con i figli, la cura, gli affetti”.

 

Il tema delle madri detenute resta uno dei più delicati. Al 28 febbraio 2026 le donne detenute con figli sono 23 (tra italiane e straniere) con 27 figli al seguito nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia e Piemonte. Qual è la situazione oggi?

“La legge dice che le donne con figli piccoli non dovrebbero stare in carcere, ma in detenzione domiciliare, salvo esigenze di sicurezza. Il problema è che questo “salvo esigenze di sicurezza” diventa una norma interpretabile, perché il concetto stesso di sicurezza è opinabile. Per ospitare le donne con figli ci sono gli ICAM, gli istituti a custodia attenuata per madri. Sono sempre carceri con la polizia penitenziaria, però sono strutturati come centri di accoglienza per mamme con bambini. Quando ero provveditore in Campania c’era l’ICAM di Lauro (Avellino) dove i bambini andavano a scuola la mattina, facevano attività, andavano alle feste dei compagni. Facevano una vita da bambini, mentre le mamme restavano in carcere. Era l’unico presidio del Sud per madri con bambini fino a 6 anni, noto per il suo ambiente non carcerario. Anche la collocazione conta molto. A Milano ad esempio è al centro della città, in un appartamento, quindi i bambini hanno una dimensione più urbana. A Venezia si trova alle spalle dell’istituto penitenziario della Giudecca, è un posto bello, ma è sempre carcere”.

 

Perché per le donne il carcere pesa in modo diverso?

“Il tema dell’affettività per le donne non è declinato diversamente rispetto agli uomini, ma c’è una differenza concreta. Innanzitutto c’è l’aspetto dell’accudimento ancora molto diversificato. L’uomo detenuto spesso ha una donna, la madre, la sorella, la fidanzata, la figlia, che gli porta le lenzuola pulite, la biancheria, il pacco con le cose buone da mangiare. La donna detenuta non ha tutto questo accudimento. Guardando la fila per i colloqui in carcere, vede file di donne. È difficile vedere negli istituti femminili uomini che portano i pacchi. C’è poi il tema dell’affettività vera e propria. C’è una deprivazione affettiva più forte, più visibile. Gli uomini sono spesso più corazzati, più portati a non mostrare i propri disagi. Nelle donne, invece, questo bisogno di affetto e di amore sembra emergere in modo più plateale. Il carcere priva della relazione affettiva e nelle sezioni femminili questa deprivazione si vede molto”.

 

Le stanze dell’affettività sono pensate per tutti?

“La sentenza della Corte costituzionale del 2024 ha rappresentato un passaggio importantissimo, perché ha dichiarato illegittima una norma che non consentiva colloqui non osservati, quindi colloqui intimi e la possibilità di avere rapporti sessuali. È stato un grande passo avanti dal punto di vista della civiltà del Paese e della civiltà della detenzione. Però anche questo deve essere pensato dentro la cura del rapporto affettivo. Non basta mettere due letti in una stanza e dire “abbiamo fatto la stanza dell’affettività”, serve un pensiero ulteriore. Deve essere uno spazio in cui si coltiva il rapporto affettivo, non necessariamente finalizzato al rapporto sessuale. È un colloquio intimo, non visto, non osservato, in cui il poliziotto non è sostanzialmente fuori dalla porta. In Calabria, su undici istituti, tre sono oggi dotati di stanze dell’affettività e i detenuti che si trovano in istituti dove la stanza non c’è, possono fare domanda e spostarsi nell’istituto dove è presente. Il problema, però, è che queste stanze sono negli istituti maschili, quindi, per le donne, l’accesso è più complicato. La sentenza parla del diritto all’affettività per tutti, ma nell’attuazione ci siamo mossi più al maschile, perché gli uomini sono di più. Questo è il punto: la norma vale per tutti, ma poi l’organizzazione segue ancora i numeri”.

 

Poche donne detenute. Un limite o un’opportunità?

“Il fatto che le donne siano poche dovrebbe essere una grande opportunità. Nelle sezioni femminili, in molti casi, è più semplice lavorare. C’è meno aggressività, meno violenza, meno spaccio, meno traffico di telefonini. Le donne, da questo punto di vista, sono un po’ più tranquille. Nella mia esperienza sono anche molto ricettive rispetto all’organizzazione della parte più domestica, gli spazi sono spesso puliti, curati, ordinati. Chi vuole lavorare bene in una sezione femminile può farlo più facilmente che in una sezione maschile, ma proprio perché sono poche, si potrebbe ragionare meglio. Si potrebbe immaginare un circuito penitenziario femminile regionale, con opportunità distribuite sul territorio. Se in un istituto c’è un corso di sartoria, ci va chi è interessata alla sartoria. Se altrove c’è un’opportunità lavorativa, si può costruire un percorso. Bisognerebbe ragionare in termini regionali, perché i numeri lo consentono”.

 

C’è una storia che le è rimasta particolarmente impressa?

“Ho incontrato tante storie. Le donne sono di meno, ma quando sono in carcere spesso è perché hanno fatto cose terribili. Mi è rimasta impressa una donna che aveva ordinato al figlio minorenne di uccidere l’amante del marito. Mi colpiva l’efferatezza di alcuni delitti, che spesso nascevano in contesti di grande deprivazione e anche di grande violenza.

Un’altra cosa che non dimenticherò mai è il terremoto del 2024, quando abbiamo dovuto chiudere il carcere di Pozzuoli. Lì ho toccato con mano il senso di comunità che le donne sono capaci di creare, molto più degli uomini, anche con le poliziotte. Le donne si affidavano quasi in un rapporto materno. Le abbiamo portate alcune a Secondigliano, altre a Salerno, altre ad Avellino, altre purtroppo fuori regione. Ho visto e apprezzato moltissimo l’impegno delle poliziotte di Pozzuoli”.

 

Che cosa servirebbe per migliorare la detenzione femminile?

“Servirebbe innanzitutto attenzione alla parte affettiva, attenzione ai bambini e una corretta applicazione della legge, che mette al centro la detenzione domiciliare per le madri con figli piccoli. La ratio della legge è che tra l’interesse della madre e l’interesse del bambino prevale l’interesse del bambino. Poi la prima cosa da fare è potenziare l’esecuzione penale esterna, quindi la detenzione domiciliare e le misure alternative per le mamme con figli piccoli. La seconda è guardare alla peculiarità di genere, che rientra in quello che la legge già ci chiede, l’individualizzazione del trattamento. Per ogni autore o autrice di reato serve una risposta differente, sia in termini di custodia, sia in termini di esecuzione della pena. Il giovane deve avere un tipo di risposta, l’anziano un’altra, la donna un’altra ancora”.

 

Come si gestisce la salute femminile in carcere?

“Rispetto alla sanità, una cosa su cui bisogna insistere moltissimo è la prevenzione. Bisogna seguire la donna nelle fasi delicate della sua esistenza anche dal punto di vista fisico, la menopausa, la prevenzione oncologica, i pap test, tutto quello che accade al corpo delle donne dopo una certa età. Noi abbiamo sempre previsto la presenza di ginecologi e attività di prevenzione oncologica per il tumore al seno e per il tumore della cervice, ma anche la sanità penitenziaria è ancora spesso pensata al maschile. Basti pensare alla mancanza del bidet nei bagni, una cosa apparentemente banale ma significativa. Serve un pensiero al femminile, anche sulle piccole cose della quotidianità come il ciclo mestruale, la cura dei capelli, la possibilità di acquistare prodotti specifici, lo smalto, la tinta, tutto ciò che riguarda la cura di sé. Non sono orpelli, sono aspetti che fanno parte della dignità della persona detenuta. Per le donne straniere, ad esempio, anche le extension dei capelli possono avere un valore culturale importante. Se si istituisce un gruppo di lavoro che pensa a queste cose, da lì nasce un pensiero al femminile che poi si autoalimenta”.

 

A livello di reati ci sono differenze tra uomini e donne?

“Sì. Le donne sono meno, ma spesso hanno alle spalle reati molto gravi. Ci sono omicidi che maturano all’interno di relazioni affettive e spesso sono la conseguenza di violenze. C’è poi un’altra ragione per cui le donne sono meno presenti in carcere, perché per alcuni reati commessi nella coppia o nella famiglia, è più spesso l’uomo ad accollarseli. Se in una casa si spaccia e arrivano i carabinieri, è più facile che sia portato in carcere l’uomo. Le donne, nelle attività criminali, spesso occupano una posizione meno di rilievo e quindi sono meno esposte”.

 

Una riflessione conclusiva?

“Quello che manca è un pensiero globale al femminile. C’è un mondo che andrebbe osservato e su cui andrebbe fatta una riflessione a sé. Le donne hanno peculiarità esistenziali che, rispetto agli uomini, possono sembrare dettagli o qualcosa in più, ma non lo sono. Per loro, per noi donne, sono aspetti di fondamentale importanza”.