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di Marco Revelli


La Stampa, 7 dicembre 2020

 

Definire un progetto di inclusione significa conoscere le mappe dell'esclusione. E le aree degli esclusi che costituiscono il grappolo di sofferenze su cui intervenire sono tante. Le povertà, in primo luogo: la terra "di sotto" di chi ha un reddito disponibile inferiore del 40 o del 50% a quello medio, ovvero i poveri in senso relativo (erano quasi 9 milioni nel 2019) e quelli in condizioni di "povertà assoluta" (chi non ha neppure i mezzi indispensabili per "una vita dignitosa": erano quattro milioni e mezzo prima della pandemia, ora di più).

Sono gli esclusi socialmente, tanto inferiori agli altri da apparire figli di un altro Paese. L'Istat parla di un 27% di popolazione "in condizioni di esclusione sociale". Includerli sarebbe, di per sé solo, un impegnativo programma di governo. Vorrebbe dire affrontare una buona volta la questione meridionale: più della metà dei poveri assoluti vive tra meridione e isole, nonostante vi risieda appena un terzo della popolazione nazionale.

Metter mano alla questione dei bassi salari (più del 10% delle famiglie operaie è in "povertà assoluta", il 17,4% in "povertà relativa"). Curarsi della questione minorile e della quasi totale assenza di politiche a sostegno della famiglia: abbiamo il record europeo di minori poveri e gli indici di deprivazione per le famiglie numerose fanno spavento. E poi la questione femminile: l'ingiustificabile divario salariale, l'abbandono delle famiglie "mono-genitore".

E quella migratoria (il 27% degli individui stranieri è in povertà assoluta). Infine - last but not least - c'è l'esclusione territoriale: la solitudine delle aree interne, dei comuni polvere, dei piccoli paesi di montagna, dove le condizioni di vita sono più dure, la mobilità più difficile e le risorse pubbliche più scarse. Includerli vorrebbe dire invertire la scala di priorità finora seguita.