di Alice Dominese
Il Domani, 23 agosto 2025
Le detenute trans versano nelle “condizioni più sfavorevoli in assoluto”, come riporta Antigone. A Ivrea uno dei pochi istituti in Italia. Cosa accade in carcere alle persone transgender? A Ivrea - circa 50 chilometri a nord di Torino - si trova uno dei sei istituti di pena che (su 189) in Italia ospitano una sezione dedicata a persone transessuali. Si tratta di una popolazione detenuta composta in media da sette donne trans, in prevalenza di origine straniera, collocate all’interno del carcere maschile della città. In base alla riforma dell’ordinamento penitenziario introdotta nel 2018, “anche laddove la persona abbia ottenuto la rettificazione degli atti anagrafici, l’unico criterio di assegnazione dell’amministrazione penitenziaria resta quello legato all’apparato genitale”, spiega l’associazione Antigone. “Per questo oggi in Italia, a meno che non sia stato effettuato un intervento di chirurgia di genere, le donne trans sono collocate in istituti maschili e gli uomini trans in istituti femminili”.
Le criticità - Come nelle carceri di Rebibbia a Roma, di Como, Reggio Emilia, Napoli Secondigliano e Belluno, che dispongono di un’area in cui le donne transgender vivono separate dal resto dei detenuti, anche nella sezione di Ivrea il sovraffollamento non è mai stato raggiunto. Ma a fronte di 20 posti di capienza “le condizioni generali delle celle sono critiche e non sono garantiti i tre metri quadri calpestabili a persona”, osserva Antigone nel “Primo rapporto sulle donne detenute in Italia” pubblicato due anni fa. Nello spazio a loro riservato, le donne che dichiarano di essere transgender non hanno contatti coi detenuti uomini e quando li hanno - per esempio in occasione di corsi scolastici e laboratori - sono limitati.
Accanto ai problemi comuni all’intero sistema carcerario, la popolazione transgender affronta criticità peculiari che, secondo l’analisi di Antigone, rispetto alle gravi condizioni di isolamento in cui si trovano le donne prigioniere, pongono le detenute trans “nelle condizioni più sfavorevoli in assoluto”. “La difficoltà principale è che il carcere è maschile ed è gestito come tale. Nella quotidianità il sopravvitto fornito dall’amministrazione penitenziaria è pensato per gli uomini e questo genera tensioni e proteste da parte delle detenute, che non hanno accesso neppure a una regolare terapia ormonale” dice Silvia De Giorgis, volontaria che opera da due anni e mezzo nel carcere di Ivrea con l’associazione volontari penitenziari Tino Beiletti, impegnata a favorire il reinserimento sociale degli ex carcerati.
Niente trattamento - La mancanza di un trattamento ormonale strutturato nel carcere in questione è stato denunciato da Antigone già nel 2023. In assenza di un endocrinologo interno, le visite specialistiche si svolgono presso il Centro Interdipartimentale Disturbi Identità Di Genere di Torino, dove le detenute vengono trasferite per ricevere le consulenze psicologiche e la terapia ormonale previste dalla struttura. Secondo la volontaria però non è questo il percorso di cui le detenute hanno bisogno: “Le detenute vengono gestite come se dovessero iniziare un percorso di affermazione di genere da zero. Ma loro assumono ormoni da anni, non hanno intenzione di affrontare un intervento chirurgico per la riassegnazione di genere né di fare una rettifica anagrafica, anche perché molte non hanno i documenti. Necessitano invece di ricevere una terapia ormonale sotto controllo, con il monitoraggio di un endocrinologo e una somministrazione corretta”.
Opportunità mancate - Per contrastare la solitudine, i volontari come Silvia aiutano le detenute a riallacciare i contatti con le famiglie, trovare un avvocato, recuperare gli effetti personali. Le attività a disposizione nell’istituto di pena sono poche, il che complica la permanenza. A rotazione, le detenute possono accedere a lavori di pulizia nel carcere, ma trovare un’occupazione all’esterno è complicato. La maggioranza delle donne transgender sconta pene detentive che vanno da pochi mesi a un paio di anni; il tempo rende difficile l’organizzazione di percorsi formativi e lavorativi fuori dall’istituto.
Come molti detenuti, una volta conclusa la detenzione, le donne non hanno riferimenti. L’associazione Tino Beiletti prova a fornire una rete di supporto, ma in molti casi non basta a chi è senza risorse: dal carcere non riceve supporto legale per regolarizzarsi e ha bisogno di soldi per aiutare le famiglie nei paesi d’origine, dove rischierebbe la vita se rimpatriata. “Come ex detenute, trans e clandestine che cercano un lavoro, non hanno chance. L’unico bene che possiedono è il loro corpo: spesso tornano a prostituirsi e poi anche in carcere”, racconta la volontaria. “Così fallisce ogni intento di riabilitazione”.











