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di Anna Lombardi

La Repubblica, 27 luglio 2022

Detenuto nel supercarcere dal 2002 con l’accusa di aver fatto parte di Al Qaeda, non era mai stato formalmente incriminato. Nel campo di prigionia ha scoperto la pittura. E ora spera di poter vivere di quella.

Dopo vent’anni a Guantanamo senza mai essersi visto formalizzare un’accusa anche lo yemenita Khalid Ahmed Qasim - che nel frattempo ha imparato a dipingere riuscendo anche ad esibire a New York alcune sue opere - esce dal supercarcere sull’isola di Cuba. Sì, il campo di prigionia nato nel gennaio 2002, quattro mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle, per ospitare una tipologia di detenuti davvero speciali: “Combattenti nemici illegali”, secondo la definizione coniata all’epoca dagli uomini di George W. Bush per definire quei presunti terroristi di matrice islamica, trattenuti senza processo in palese violazione della Convenzione di Ginevra.

Nel tempo Guantanamo è diventato il simbolo degli eccessi della “guerra al terrore”: per le condizioni di detenzione dei sospetti e le disumane tecniche di interrogatorio messe in pratica sui detenuti. Barack Obama non riuscì a chiuderlo ma lo ha praticamente svuotato, visto che nei giorni più cupi ospitava 779 persone e oggi ne restano 39, di cui solo 12 formalmente incriminati. Donald Trump fermò le revisioni delle singole posizioni pur di mantenerlo aperto. Joe Biden si è impegnato a chiuderlo entro la fine del suo mandato presidenziale nel 2024. Ma di sicuro la liberazione degli ultimi prigionieri sta avvenendo a rilento.

Qasim, il “prigioniero 242” che oggi ha 45 anni e ha passato quasi metà della sua vita in quella struttura di massima sicurezza, dicono i suoi avvocati che non ci credeva più. Nel 2001 era stato catturato in Afghanistan (dove era approdato dal nativo Yemen un anno prima) dagli uomini dell’Alleanza del Nord dopo la morte del loro leader, Ahmed Shah Massoud. Furono proprio loro, ha sempre raccontato Qasim, a consegnarlo agli americani dopo avergli estorto una falsa confessione con la tortura. A Guantanamo è approdato nel maggio 2002 e da allora ha sempre sostenuto di non essere lui l’esperto di esplosivi di Al Qaeda: ma suo fratello.

Vent’anni di carcere dopo, il Periodic Review Board, la commissione voluta appunto da Obama che periodicamente rivede la posizione dei prigionieri, ne ha finalmente deciso il rilascio in un Paese non specificato, dove seguirà “un programma di riabilitazione e reintegrazione”. E pazienza se già in passato il Board na aveva riconosciuto il “basso livello di pericolosità, non essendo stato inquadrato nella leadership di al Qaeda”. Finora ne avevano rigettato la scarcerazione a causa di una presunta sua “incapacità a gestire le emozioni” e la “mancanza di piani per il futuro”. Ora quei piani li ha: i suoi avvocati hanno infatti raccontato a Cbs News che un sogno concreto se lo è costruito: vivere della sua arte.

Quella vocazione per la pittura scoperta proprio in prigione nel 2009. All’epoca, l’appena insediata amministrazione Obama aveva spinto il carcere a organizzare corsi d’arte che tenessero occupati quegli uomini isolati dal mondo. “Un passo importante in un luogo dove dalle lettere ai familiari si cancellavano cuori e fiori con inchiostro nero e nei primi anni perfino forme di mollica di pane venivano sequestrate e analizzate nel timore che fossero messaggi per Al Qaeda”, aveva raccontato a Repubblica Erin Thompson, professoressa di Art Crime a Columbia e curatrice nel 2017 dell’unica mostra che ha permesso al mondo esterno di vedere i lavori prodotti dai prigionieri. Naturalmente, i temi dei quadri erano controllati: vietato ritrarre persone e animali, non restavano che paesaggi. Da allora marine e grandi navi sono diventate il tema prediletto di Qasim. “Khalid è ancora giovane”, ha detto a Cbs l’avvocato Mark Maher che lo rappresenta: “Ed è entusiasta delle opportunità di rifarsi una vita che ha davanti”.